my odd movies – zho

cinema per menti instabili

Ho una finestrella

finestrella

Ho una finestrella in bagno. A volte la apro, mi sporgo un pò, e guardo fuori. Vi chiederete cosa vedo da quella finestrella e sembra incredibile ciò che sto per dirvi. Sì, perchè da quella finestrella magica non vedo il condominio difronte con le ringhiere blu, e nemmeno il parcheggio pieno di ferraglie. Non vedo tetti cornuti di antenne e non vedo strisce di cemento. Mi sporgo, con il vento che mi traccia le rughe, e vedo infiniti campi di grano con strani esseri che ballano dentro di essi, piegando le spighe che poi tornano al suo posto, con quel giallo accecante che inonda la vista. Vedo madri allattare alberi di tiglio e strani esseri ondeggiare come il mare a sera. Da quella finestrella, quella in bagno dico, vedo streghe bere pozioni di vino e sabbia e melodie ancestrali, vedo popoli di terre lontane danzare intorno al fuoco in bolle di vetro. Vedo sterminati campi di erba fottere il vento seguendo il movimento del bacino delle sue radici. Poi tutto si fa buio, e milioni di luci intermittenti si accendono in quei campi di grano ora oro scuro, si muovo velocissime come lampi colorati terra terra. Chiudo la finestrella un attimo perchè dietro di me ho sentito un rumore, e forse non sono più solo in casa. E’ solo un’impressione.  Nessuno condivide con me quelle visioni. Allora vedo strisce di asfalto, salite, discese. Vedo persone immobili lungo il ciglio della strada che aspettano il mio passaggio. Vedo liquidi sconosciuti solcare la mia cornea e sento materiali oscuri sfiorare la mia pelle, mentre guardo fuori ed il condominio giallo si trasforma in un immenso godzilla che divora la citta. Vedo bellissime ragazze ballare sulla sabbia, invitarmi a lasciare ogni pretesa e ballare, ballare fino allo sfinimento, fino a che le sirene non spezzano le catene che le legano alle alghe e affiorano sulla spiaggia per danzare con noi. Finche il cielo non si abbassa a tal punto che le stelle, e solo loro, illuminino il nostro rituale. Vedo e sento parole straniere intorno a me. Non capisco ma interpreto e quando il buio cala davvero chiudo la finestrella e mi riposo. Mi sdraio sul giaciglio e sogno di riaprire la finestrella e vedere cose meravigliose. Ho una finestrella. Ed è tutto quel che ho.

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A data da destinarsi

funerale

Le passeggiate in montagna fanno bene. Così si dice. Soprattutto al mattino presto. Così si dice. Salite, discese, curve. Il bosco alla mia destra, la valle alla sinistra mentre percorrevo i pochi chilometri che dividevano due piccoli borghi, in uno dei quali mi ero rifugiato per qualche giorno, lontano dalla calura e dal caos della città. Mi riempivo gli occhi e i polmoni del verde del bosco, del candore della luce ed ero tutto illuminato dal sole, a quell’ora bassissimo. Un tramonto all’incontrario. Tutto perfetto, quella mattina. Lo stress sembrava scivolare via piano piano, come una biscia che abbandona il sentiero per inoltrarsi tra le frasche del sottobosco. Ogni tanto qualche macchina interrompeva il canto degli uccelli. Perlopiù turisti nordici. Hanno una gran passione per queste zone. Così si dice. Sicuramente, a quest’ora, giù in città già la calura ed il caos stavano rendendo tutto molto più complicato, tutto molto più difficile da capire, difficile come comprendere un’antilope seduta sul divano che fa zapping in tivvù. Un’altra salita, un’altra curva. Stavo per raggiungere il punto più alto del percorso, poi sarebbe stato tutto in discesa fino al paese. Fatta la curva, ecco laggiù in fondo, proprio sul curvone che anticipa la discesa, il vecchio cimitero. Sicuramente qualche mio lontano parente, da parte di mio padre, era sepolto lì, e le visite che riceveva potevano contarsi sulle dita di una mano. Avrei approfittato per sedermi sul muretto davanti al cimitero, proprio vicino alla fermata dell’autobus e al chiosco dei fiori, per riposarmi un attimo. Un attimo.
Seduto, adesso. Alla mia destra il palo della fermata dell’autobus, un cartello blu e giallo, un pò storto, un pò arrugginito. Un pò.
Non c’era nessuno, fatta eccezione per la signora che stava per aprire il chiosco di fiori, in lamiera verde. Aveva un secchio di plastica blu con il quale faceva la spola tra la fontanella d’acqua ed i vasi di fiori che bagnava, schizzava, disponeva. La signora era sulla sessantina, magra che più magra non si può. Pantaloni di lino verde chiaro di un paio di taglie superiori, una camicetta sempre sul verde a maniche corte. Sandali bianchi. Non diceva una parola, ma pesticciava i pochi metri che dividevano la fontana al suo chiosco. Poi , dopo aver innaffiato e sistemato i mazzi di fiori, le piante, i lumini le piccole ghirlande, era entrata dentro al chiosco e si era seduta. In silenzio, aspettando parenti, amici, conoscenti di chi era sepolto in quel piccolo cimitero sul curvone , prima della discesa. Ora potevo vederla bene, anche se nella semioscurità del chiosco. Non aveva espressione, guardava nel vuoto, e la sua faccia magra sembrava stampata da quanto fissa osservava davanti a se. Intanto il palo della fermata dell’autobus era sempre lì, alla mia destra.
Sentivo che ogni volta che distoglievo lo sguardo lontano dal baracchino gli occhi della signora, e solo gli occhi, si muovevano di scatto verso di me, senza muovere nessun altro muscolo del corpo nemmeno di un millimetro. Solo gli occhi. Tac. E poi mi voltavo. Tac, e poi mi voltavo. Tac.
Cominciavo a sentirmi a disagio in quella situazione, ma allo stesso tempo non avevo voglia di riprendere il cammino. Decisi che avrei fatto un giro dentro al cimitero. Magari avrei riconosciuto qualche mio parente e avrei compiuto , almeno per quella giornata, una buona azione.
Entrai nel cimitero, spingendo il cancellino di ferro, ancora chiuso, visto che ero sicuramente il primo quella mattina ad entrare.
Come la maggior parte dei cimiteri di campagna, anche questo si sviluppava in salita, croci a destra, croci a sinistra, poi delle scalette e un altro piccolo terreno. Croci a destra, croci a sinistra ed in fondo, una cappella e ai suoi lati la parete dei forni. Era un’impresa riuscire a trovare qualcuno che avrebbe potuto essere un mio antenato. Molti cognomi simili, e più che procedevo in avanti , più che le date di morte erano lontane nel tempo. Iniziava a fare caldo.
Raggiunsi la cappella, proprio alla fine del camposanto, e cominciai ad osservare i nomi sulla parete dove decine e decine di forni erano allineati uno accanto all’altro, uno sopra l’altro, uno sotto l’altro. Nomi, date, foto. Nomi, date, foto. E ancora nomi, date, foto. Poi un nome, una data, e soprattutto una foto.La foto, più del nome , mi diceva qualcosa. Dovevo averla già vista a casa di mia nonna da qualche parte. Forse in camera sua, forse in soffitta nei vecchi bauli di cianfrusaglie. Il cognome, però, non era quello di mia nonna,. tantomeno il mio. Eppure quella foto aveva qualcosa di familiare. Scostai i fiori , rinseccoliti, per leggere la data di nascita e di morte. Cappellacci Bruno, nato 4 gennaio 1890, morto 28 settembre 1961. Qualche lontano ricordo di chiacchiere fatte in casa , ai pranzi di Natale o di Pasqua, mi diceva che un Cappellacci c’era stato in famiglia, e se non sbaglio , ora che ci pensavo bene, doveva essere stato il marito della sorella di mia nonna. Suo cognato, in pratica. La conferma mi fu data dal forno accanto. Bracaloni Erminia, 8 agosto 1901, deceduta il 3 marzo 1978. Bracaloni Erminia. La sorella di mia nonna.
Ecco dove avevo visto la foto del Cappellacci. E ricordo la morte di Erminia che io ero un ragazzino. L’avevo vista, si e no, una decina di volte.
Continuai a leggere i nomi sulle lapidi accanto. Cappellacci Bernardo, nato 7 luglio 1877, morto 16 maggio 1955. Forse il fratello del Cappellacci Bruno. Forse.
Accanto Cappellacci Flora, nata 22 aprile 1910, morta 1 novembre 1934. Una ragazza. Dalla foto anche carina. Forse morta per una brutta malattia, così giovane, o per un incidente. Chissà. Forse la sorella piccola dei due Cappellacci.
La lapide seguente accese decisamente la mia curiosità. Non per la foto, e nemmeno per i gerani rosso fuoco che quasi coprivano la piccola lapide. Resero quel vagabondare tra nomi, date di morte e di nascita, all’improvviso, molto , molto interessante. Il cognome sulla lapide, infatti, invaso dai gerani rossi, era uguale al mio. Galleni.
Galleni Ivo. Nato il 25 giugno 1899, morto il 27 agosto 1980. Galleni Ivo. Non conoscevo nessun mio parente con questo nome, e probabilmente era solo un omonimo. Ma era strano che fosse proprio accanto alle tombe di tre persone che in qualche modo erano collegate alla mia famiglia. Decisamente non avevo conosciuto, nè avevo sentito mai parlare di questo Ivo.
Il cimitero era ancora deserto, la mattina iniziava a farsi calda ed io ero rimasto a metà del mio percorso.
Forse era il momento di tornare sulla strada e raggiungere il paese per fare colazione. Sicuramente la signora del chiosco dei fiori non si era mossa di un millimetro. Figuriamoci il palo della fermata dell’autobus.Mentre i piedi si giravano per uscire dal camposanto, il cervello mi ordinava di restare e di continuare in quella strana creazione di un albero genealogico sconosciuto.
Avrei dovuto mettermi i pantaloni corti. E portarmi una bottiglia d’acqua.
Decisi che avrei finito la fila di quelle lapidi e poi me ne sarei andato. Il loculo accanto non aveva fiori. Francacci Romina, vedova Galleni, nata 7 marzo 1910, morta il 12 dicembre 1997. Questa Romina l’avevo sentita. Doveva essere la moglie di un fratello di mio nonno, che io non avevo visto perchè durante la guerra si era trasferito in Argentina. Si raccontavano strane storie su di lui, che mi pareva si chiamasse Dino. Pareva avesse accumulato ricchezze immense oltreoceano per poi sparire nel nulla. La cosa strana era che sua moglie fosse sepolta in quel cimitero, in quel paesino. Forse le sue ultime volontà erano state di essere sepolta in patria. E molto più strano fu accorgersi che la tomba accanto era proprio di Galleni Dino, cioè il fratello di mio nonno, l’argentino arricchitosi a dismisura e sparito nel nulla.
Ci sono molte situazioni inspiegabili nella vita. Alcune hanno delle spiegazioni e delle soluzioni così complesse che si stenta a crederle vere. Ma tutte alla fine hanno una soluzione logica. Basta semplicemente ragionare, usare la logica, la scienza e tutto ha un perchè. Quasi tutto.
Sarei uscito dal piccolo cimitero di montagna, avrei dato un’occhiata alla magra signora del chiosco che muoveva gli occhi a scatti lasciando il corpo perfettamente immobile, avrei raggiunto il palo della fermata dell’autobus un pò giallo, un pò blu e un pò arrugginito e avrei imboccato la discesa verso il paese, dove avrei fatto colazione in relax, visto che la giornata non prevedeva impegni particolari.
Ma mi mancava una lapide.
E mi sembrava poco rispettoso, visto che ormai avevo reso onore a tutti quei miei lontani parenti che a malapena avevo conosciuto, lasciare proprio l’ultimo. Magari si sarebbe offeso e mi avrebbe inviato una serie di maledizioni mortali che avrebbero rovinato la mia esistenza. L’ultima lapide aveva un bel mazzo di fiori freschi davanti, tanto che si poteva a stento leggere il cognome. Galleni. Scostai i fiori da destra a sinistra e lessi anche il nome. Leonardo.
Fa un pò effetto vedere certe cose, non dico immaginarsele, dico proprio poterle vederle davanti agli occhi e poterle toccare. In questo caso le lettere a sbalzo color ottone. Facevo molto effetto. Perchè colui che riposava in eterno nell’ultima lapide si chiamava proprio come me. Galleni Leonardo. Un smorfia simile ad un sorriso si poggiò sulla mia faccia. E mentre il muscolo facciale tornava ad assumere una posizione di riposo, sentii che il piccolo camposanto si era popolato.
Mi voltai e, sulla panchina di ghisa e legno a ridosso del muro di cinta, c’erano delle persone sedute, vestite in modo bizzarro per quel giorno d’estate.
Non chiedetemi come, non chiedetemi perchè, ma riconobbi al volo seduti a pochi metri da me, Cappellacci Bruno, Bracaloni Erminia, Cappellacci Bernardo, Cappellacci Flora, Galleni Ivo, Francacci Romina, Galleni Dino. Tutti seduti su quella panchina di ghisa e legno, che mi guardavano e che mi invitavano a rendere omaggio all’ultima lapide. Quella di Galleni Leonardo.
Scostai con la mano fredda come il ghiaccio i fiori per vedere data di nascita e morte. Nato 7 settembre 1969.
C’era solo la data di nascita e non quella di morte. E la data di nascita , oltre che il nome, coincideva esattamente con la mia.
Non feci in tempo a guardare l’ovale della foto , perchè un’oscurità immensa mi inghiottì all’improvviso, e l’ultima sensazione che sentii fu quella di un freddo talemnte inumano da non poterlo sopportare.
Da quanto si dice, tutto tornò alla normalità, poco dopo. Nessun visitatore al cimitero, a quell’ora di mattina. La signora magra dentro al chiosco, immobile , ogni tanto aveva uno scatto degli occhi ora a destra ora a sinistra. La fermata dell’autobus sul curvone. Gialla, blu e arrugginita.
E nell’ultima lapide riposava colui che aveva il mio stesso nome, la mia stessa data di nascita e, soprattutto, la mia foto.
Non avevo fatto nemmeno colazione.

Proiezioni dopo giornata di lavoro

ombre

Avevamo finito il nostro lavoro che ormai erano le tre di pomeriggio. Adesso eravamo in macchina, con il cruscotto che sembrava si stesse fondendo da quanto era bollente. In silenzio , gli occhiali da sole aiutavano a non tradire emozioni e a mantenere quel santo mutismo ancora per un pò. Io non avevo altro in testa che arrivare a casa, farmi una doccia e buittarmi sul letto a guardare un film in bianco e nero. Magari un giallo o un western. Anche il mio collega, probabilmente, aveva quell’idea in testa, o forse gli frullava di andare ad ubriacarsi come una scimmia al solito bar in fondo alla strada, quello sull’ angolo, si, proprio quello, quello con l’insegna rossa e blu. Io non avevo voglia di bere, non avevao voglia di parlare e , forse, quel giorno, non avevao nemmeno voglia di vivere. Quella, purtroppo, era passata da tempo. Inesorabile come le albe da solo in qualche letto di una stanza in affitto. Inevitabile come le bottiglie vuote la sera sul tavolo, prima di svenire sul divano. Sempre di pelle. Sempre arancio. La macchina sobbalzava come un anziano alla vista di jeans rotti. Ad ogni buca, ad ogni curva che i cerchioni riflettevano pensavo che la mia vita non avesse senso, che stavo vivendo passivamente tutto quel continuo di mattine, pomeriggi, sere, senza nessuno, senza niente che potesse dare un senso a quella lunga, lunghissima striscia di ore inutili. Nascondevo tutto dietro gli occhiali da sole. Dietro dei baffi un pò anni settanta, dietro risposte concise e stizzite. Il mio collega stava ancora in silenzio, con lo sguardo fuori dal finestrino a guardare il mondo passare tanto velocemente da sembrare quasi un bel posto dove nascere, vivere, morire.
Eravamo arrivati. Come avevo immaginato, in qualche modo mi fece capire che avrebbe passato il resto del pomeriggio al bar. Quello in fondo alla strada. Quello all’angolo. Quello con l’insegna rossa e blu. Non so per quale misterioso meccanismo del cervello cambiai improvvisamente idea su come passare il resto della giornata. Niente più camera di motel, niente più doccia, niente più western in bianco e nero. Mi sarei fermato anche io al bar in fondo alla strada. Ci sedemmo sugli sgabelli, mentre la macchina finiva di sciogliersi al sole. Ordinammo da bere e continuammo il nostro religioso silenzio supportato dagli occhiali da sole. Le bottiglie dietro il bancone sembravano condannati a morte in attesa del colpo di fucile. E come i condannati a morte qualcuna di quelle bottiglie era piena, qualcuna vuota, altre piene a metà. Allo stesso modo in cui può essere un uomo prima di morire. Pieno, vuoto o rimasto a metà. Io facevo parte sicuramente di quella schiera, e se fossi stato lì, in piedi, in attesa di un colpo di fucile, avrei saputo , in un solo momento, che la mia vita era rimasta incompiuta. E quindi inutile. Fai poco ma fallo fino in fondo. Se fai tutto un pò, non serve a niente. Questo pensavo, questo vedevo nel bicchiere che avevo davanti.
Un altro bicchiere e poi me ne sarei andato.
Le bottiglie sarebbero rimaste lì, il cruscotto della macchina si sarebbe piano piano raffreddato con il fresco della notte e il mio collega si sarebbe addormentato sul divano davanti alla tivu , come il suo solito. Io sarei forse rimasto un pò sul letto, a fissare il soffitto, e tutte le mezze cose che avevo fatto fino ad allora. Le sentivo sciabordare dentro di me come melassa dentro una botte, come pesci in un acquario, come panni sporchi nella lavatrice. Le vedevo proiettate tutte su quel soffitto, come in un film. Le mie relazioni, i miei lavori, le mie false passioni, i facili entusiasmi, i soldi che andavano e venivano. Aspettavo i titoli di coda per addormentarmi ed aspettare una nuova alba, inutile e vuota.
Quando il vicino di stanza sbagliò camera ed entrò nella mia che avevo lasciato aperta, non fece in tempo nemmeno a scusarsi. La mia pistola calibro nove fu più veloce, e nei suoi occhi vidi la sorpresa, il dolore, l’inutilità di quel gesto. La banalità di aver aperto la porta sbagliata che aveva innescato il mio istinto ormai consumato. Avevo un’ottima mira. Cadde in una pozza di sangue come si cade sui sassi bollenti d’estate. Cadde e non disse una parola. Dal suo corpo usciì solo un rumore goffo che sfiorava il ridicolo. Mi rimisi a fissare il soffitto, e tra tutte le cose a metà che avevo fatto nella vita, d’improvviso, come un interferenza in una trasmissione dal vivo, la faccia di quel cretino si materializzò sul soffitto. Ecco, mi dissi, finalmente sono andato in fondo ad una cosa, l’ho fatta e l’ho fatta bene. Sorrisi, trovai conforto e pensai che adesso si che avrei potuto dormire. Intanto qualcuno gridava e implorava di chiamare la polizia. Non li sentii nemmeno, mi ero gia addormentato.

Shopping blasfemo

maddalena

Conviene sempre ( Tutte le nature, tutte le formazioni, tutte le creazioni sussistono l’una nell’altra e l’una con l’altra, e saranno nuovamente dissolte nelle proprie radici. Poiché la natura della materia si dissolve soltanto nelle radici della sua natura ). Paghi uno e prendi due ( Giacché ci hai spiegato ogni cosa, spiegaci anche questo. Che cosa è il peccato del mondo? ). Speciale grigliata a 9,99 euro ( Per questo motivo il bene venne in mezzo a voi, nell’ essenza di ogni natura per restituirla alla sua radice. E proseguì dicendo: “Per questo vi ammalate e morite, perché voi amate ciò che è ingannevole, ciò che vi ingannerà. Chi può comprendere, comprenda ). Maxivassoio di verdure da pinzimonio 30% di sconto ( La materia diede origine a una passione senza uguali, che procedette da qualcosa che è contro natura. Ne venne allora un disordine in tutto il corpo. Per questo motivo vi dissi: Fatevi coraggio! Se siete afflitti, fatevi coraggio, in presenza delle molteplici forme della natura. Chi ha orecchie da intendere, intenda ). Vinci ogni ora 100 euro con il concorso del carrello ( Non piangete, non siate malinconici, e neppure indecisi. La sua Grazia sarà per intero con voi e vi proteggerà. Lodiamo piuttosto la sua grandezza, giacché egli ci ha preparati e fatti uomini ). Megapack finish a 7,90 euro solo questa settimana ( Non ti ho vista quando sei discesa, ora invece ti vedo mentre sali in alto. Come mai, dunque, tu mi menti dal momento che mi appartieni? ). Tutto per i tuoi bimbi buono sconto di 2 euro ( Ciò che mi lega è stato ucciso, ciò che mi circonda è stato messo da parte, la mia bramosia è annientata e la mia ignoranza è morta. In un mondo sono stata sciolta da un mondo, in un typos da un typos superiore, dalla catena dell’oblio, che è passeggera. D’ora in poi io raggiungerò, in silenzio, il riposo del tempo, del momento, dell’Eone ). Asse da stiro utile a 13,65 euro ( Tu sei sempre irruente, Pietro! Ora io vedo che ti scagli contro la donna come fanno gli avversari. Se il Salvatore l’ha resa degna, chi sei tu che la respingi? Non v’è dubbio, il Salvatore la conosce bene. Per questo amava lei più di noi.
Dobbiamo piuttosto vergognarci, rivestirci dell’uomo perfetto, formarci come Egli ci ha ordinato, e annunziare il Vangelo senza emanare né un ulteriore comandamento, né un’ulteriore legge, all’infuori di quanto ci disse il Salvatore )

Spegni la luce

interruttore

Per la prima volta su questo blog voglio raccontare una storia di follia che non è frutto di fantasia ma che è realmente successa, e nemmeno non molto lontano da qui. Cosa può scaturire nella mente umana, e soprattutto dalla follia della stessa è ancora un mondo inesplorato, senza confini, più misterioso dello spazio profondo o degli abissi marini. Perchè ciò che la mente umana può immaginare, inventare o elaborare è davvero un inesorabile mistero. Ecco perchè da una stupida azione come spegnere la luce la sera prima di dormire , può dar vita ad una tragedia piena di sangue, di membra, di follia omicida. Non vi racconterò la storia, nè come sono andate le cose e nemmeno il nome dei protagonisti. Lascerò a voi la curiosità di andare a pescare sulla rete ciò che è successo. A me , a noi, interessa più il meccanismo mentale per cui un “tranquillo” ospite di una casa famiglia per individui con disagi mentali si trasforma in un macellaio da film horror. Del resto la sua richiesta non era poi così violenta. Spengere la luce. La luce della sua anima e del suo torbido cervello era già spenta da tempo, probabilmente, o forse no. Forse era accesa e brillava in tal modo che la verità delle cose, del mondo, di quello che siamo e di dove andiamo gli è apparsa d’improvviso in tutta la sua , questa volta sì, violenza. E lui non ha resistito. I suoi sensi hanno ceduto a tutta quella luce, ed il suo stato mentale ha fatto una cosa che per lui era la più naturale di tutte. Spengere quella luce. E lui la luce l’ha spenta, magari in modo non convenzionale, ma l’ha spenta. Quanti tra di noi vorremmo spegnere la luce su cose che non vogliamo vedere, che odiamo, che ci rendono la vita un incubo. Quanti di noi hanno il coraggio di farlo. E chi lo fa, può essere considerato un folle ? O un genio ? Se vi chiedono di spengere la luce, quindi, per favore, fatelo. Le conseguenze di un vostro rifiuto potrebbero essere terribili. A proposito… certe cose brutte si vedono anche al buio.

La scatola di sassolini ( ritrovata )

sassolini

Volevate sapere qualcosa della mia vita ?
Ebbene , eccomi qua , nudo e crudo. Come una fetta di prosciutto su un piatto bianco.
Vi racconterò qualcosa, non proprio tutto, ma qualcosa che possa darvi l’idea di che cosa è successo fino ad adesso.  Non c’è niente di così emozionante in questo racconto e nemmeno cose strabilianti, ma una travolgente normalità che rasenta la follia. Ci sono stati giorni luminosi, quello non lo nego, brillanti come uno specchietto al sole, così luminosi da aver quasi vergogna nell’averli vissuti. E ci sono stati giorni bui, cupi, plumbei come plumbeo è un cielo basso di novembre. Di un buio così impenetrabile da perdere la speranza di rivedere un giorno la luce. Sembravano non finire mai, come un treno in galleria, e invece…
Invece è arrivato un periodo bizzarro, come bizzarro può essere un uomo in fila alla cassa con il carrello vuoto. E questo periodo è coinciso con strani avvenimenti che capitavano ogni giorno. In quel periodo facevo sogni stranissimi, di cui ricordo soprattutto i colori e le luci. Sogni di corsie di supermercato piene di barattoli colorati, di prati così verdi da sembrare colorati con il pennarello. Creste di onde color oro, scarpe fangose, tortuosi sentieri in boschi impenetrabili color menta e una fila di secchi di metallo colorati su una mensola di legno.
Ogni volta che facevo uno di questi sogni succedeva che al risveglio , la mattina, trovavo sempre un sassolino bianco sotto al cuscino. All’inizio pensavo che fosse finito lì per uno strano caso o per qualche altro inspiegabile motivo.
Dopo un po’ , però, sapevo che al mio risveglio , dopo uno di quei sogni, avrei trovato il sassolino sotto al cuscino. E così iniziai a conservarli, tutti quanti, in una piccola scatolina di legno marrone scuro. La tenevo nel primo cassetto del comodino, quella scatola piena di sassolini bianchi. Forse un giorno sarebbe servita a qualcosa, anche se al momento non ne vedevo lo scopo. Continuavo la mia vità di bicchieri vuoti e di appuntamenti persi. Di corsie piene di barattoli colorati e di corse senza meta. Spesso inciampavo, cadevo, mi ripulivo i pantaloni, a volte disinfettavo le ferite e ripartivo. Vicoli e strade, viali e piazze. Sempre correndo. Un brutto giorno , tornato a casa, scoprii che la scatola di legno era sparita. E con lei anche tutti i sassolini che conservavo dentro. Il dolore fu immenso, ma intento com’ero a scappare da una parte all’altra del mondo, dopo qualche giorno non ci feci più caso. Il fatto è che anche i sogni si interruppero d’improvviso. Non sognavo più le creste d’onda color oro, le scarpe fangose, e nemmeno i sentieri in boschi color menta. Niente. Nemmeno la fila di secchi di metallo colorati. Il vuoto assoluto nelle ore in cui dormivo. Pensai che quel periodo così bizzarro fosse finito, e che fosse tempo di iniziarne uno nuovo, uno da persona grande. Uno da persona seria. Volevate sapere qualcosa della mia vita, ebbene eccomi qua. Come vi ho detto, nudo e crudo come una fetta di prosciutto su un piatto bianco. Vi ho raccontato qualcosa, e non è tutto. Pensavate che fosse così banale il breve racconto, e forse banale è. Ma non è tutto. Perché l’altra mattina , quando mi sono svegliato, ho allungato una mano sotto al cuscino ed ho sentito che c’era qualcosa. Ho capito subito che cosa fosse. Un sassolino. Un sassolino bianco.
L’ho preso in mano, e con sorpresa ho visto che era proprio identico a tutti quelli che avevo conservato e poi perso nella scatola di legno marrone in quel lontano periodo bizzarro della mia vita. Decisi che non l’avrei perso per niente al mondo. A costo di tenerlo stretto in mano tutta la notte. I sogni bizzarri sono ricominciati, sono tornate le creste d’onda color oro, le scarpe piene di fango e anche le passeggiate in boschi color menta. Ho una scatolina nuova , sempre di legno, sempre marrone, e piano piano si sta riempiendo dei sassolini che trovo ogni mattina sotto il cuscino. Questa volta non me la farò rubare, ne la perderò. Volevate sapere qualcosa della mia vita e vi dirò ben oltre.
Vi dirò che so benissimo di chi è il merito se sono tornati i sogni ed i sassolini. Voi non potete saperlo ma io lo so. E anche la persona che sta leggendo può riuscire ad immaginarlo. Ssssh…adesso silenzio . Devo dormire e sognare.
Domattina un altro sassolino mi aspetta sotto il cuscino.

Il trucco cola ( omaggio a Ian Curtis )

ian-curtis

C’è poco da fare, sceso dal palco tutto acquistava un colore diverso. Il profumo della folla adorante svaniva in pochi minuti. Seduto nel camerino mi guardo allo specchio.
Ho un’espressione stupida. Un pagliaccio. Il trucco cola, il petto sudato tradisce l’età.
Ricordo le superiori e gli amici del venerdi sera al bowling. Ricordo il primo bacio e la mano tenera nel verde della sera. Ora tutto cola, come il mio trucco.
A breve il mio vero io salterà fuori, di nuovo. E allora quando salirò sul palco nessuno mi riconoscerà. E saranno fischi. E saranno applausi.
Il trucco cola, come la mia anima su questo tavolino. In fondo al bicchiere cerco l’uscita che non c’è. C’è poco da fare. Seduto nel camerino mi guardo allo specchio.

La passeggiata di Feryl Doods

grano

La storia di Feryl Doods potrebbe essere uguale a quella di altri sei miliardi di persone. La storia di Feryl Doods, però, è unica. Feryl è figlio unico di un minatore e di una maestra delle scuole statali di Murfreesboro, Arkansas. Nel 1974 inizia le scuole primarie nello stesso edificio dove è maestra la mamma, anche se in un’altra classe. Un anno dopo suo padre risulta disperso in un incidente sul lavoro.
Non verrà mai più ritrovato.
La vita di Feryl cambia. Le giornate luminose nel piccolo paese, le corse nei campi di grano invasi di sole, le serate sotto i porticati delle case degli amici, gli autunni sovraccarichi di colori tanto da far male agli occhi, tutto viene avvolto da un velo trasparente di tristezza. Un sasso nella scarpa, un filo d’erba tra le dita, la gonna verde di una ragazzina. Una bottiglia verde,  il ruscello in fondo alla strada di casa. Il purè con il polpettone nel piatto, le ombre notturne sul soffitto di camera. Il rumore del vento. Ogni cosa, adesso, ha un significato diverso. E forse la morte del padre non è l’unico motivo per cui Feryl vede tutto in modo diverso. Forse Feryl è diverso, ed è destinato ad essere diverso. La mattina del sette giugno 1981, all’età di 12 anni Feryl esce di casa con un piccolo zaino, un cappello e le scarpe da ginnastica arancioni e verdi. Inizia a camminare. Supera la staccionata, imbocca il sentiero, arriva al ruscello e va oltre. Si bagna le scarpe, le sporca di terra, attraversa il grano, si buca , si graffia. Ma continua a camminare. Per ore, per giorni, per settimane, per mesi. Cammina. E mentre cammina acquista consapevolezza. E forza. Capisce, intuisce, pensa, esamina, riflette…conclude. Cammina e arriva alle montagne. Le supera. Attraversa i fiumi, supera vallate, sopporta la fame, la sete e il freddo delle notti all’aperto. Ma non soffre perchè ormai lui sa. Cammina fino a diventare adulto. Le scarpe verdi e arancioni sono ormai bucate davanti e sono diventati sandali. Lo zaino è scucito e non contiene niente. Arriva ad un ruscello e poi ad un sentiero. Poi si ferma davanti ad una staccionata bianca.
E’ quella di casa sua. Giorni dopo, mesi dopo, anni dopo. Sulle scale di legno del porticato sua madre lo chiama per cena. Polpettone e purè di patate dolci. Sulla sedia a dondolo suo padre sta finendo di fumare la pipa. Feryl Doods entra in casa, si lava le mani, si cambia. Getta le scarpe distrutte nel cestino e appoggia lo zaino vuoto sulla sedia in camera. Scende per cena. Poi a letto presto. Domani è un altro giorno di scuola. Buonanotte Feryl.

Perdere il senno…o il sonno ?

allucinazione

La scienza ci dice che il colore è solo luce. Può darsi. E’ sicuramente vero. E’ anche vero però che il rosso è rosso e che il blu è blu. E le sensazioni che il nostro cervello riceve dalla diversa lunghezza d’onda sono molto di più di semplice luce. Ci dicono anche che la materia è fatta dagli stessi atomi in tutta la sua creazione, quindi un pezzo di acciaio o una lama d’aria sono in fondo fatte degli stessi atomi infinitesimi. Ben altra cosa è attraversare una lama d’aria anzichè una porta di ferro. In fondo tutto questo non c’entra niente con quello che voglio dire , perchè alla fine il bagno è sempre in fondo a destra, e la farmacia sotto casa è sempre, inesorabilmente chiusa nonostante la bacheca dei turni ci dica il contrario. Il sonno è una delle attività più importanti dell’organismo umano. Vitale. E’ il ristoro dell’organismo e la ricarica delle attività neuromotorie, riposo senza il quale moriremmo in brevissimo tempo. Il sonno è fondamentale per una vita sana ed un equilibrio psicofisico ottimale. Questo per dire che perdere il sonno non è affatto salutare, consigliabile e tantomeno attuabile visto che non dormire per più di qualche giorno porterebbe l’individuo ad allucinazioni, perdita del senso della realtà,  morte. Ben altro si può dire per il senno. Solo una misera vocale cambia il senso ed il significato della parola e soprattutto il concetto base. Perdere il senno non porta alla morte, a meno che la perdita dello stesso non conduca verso istinti suicidi. Ma questa è una conseguenza indiretta. Perdere il senno, la ragione può portare anche effetti benefici sulla salute psicofisica dell’individuo. Potrei fare milioni di esempi. La perdita del senno, benedetta e invocata da molti come soluzione ad una vita senza senso, può evitare all’individuo di arrovelare cervello ed anima su problemi che alla fine non esistono, su discussioni che hanno lo stesso senso di una pubblicità sui fermenti lattici che sgonfiano il ventre della famosa conduttrice gambedicane. Perdere il senno può aiutare a svegliarsi la mattina con quell’aria inebetita e felice di colui che sa di andare incontro ad una giornata spensierata, solare e felice invece che alla solita tragica commedia della vita. E ancora, stupida folla, perdere il senno può regalare, meraviglia tra le meraviglie, sensazioni stupende nel sorprendersi sul semaforo che intervalla il verde il giallo il rosso, il verde il giallo il rosso, il verde il giallo il rosso. Anche per sempre. O stupirsi dello scorrere dell’acqua in una fontana o delle onde che, senza fine, si infrangono su quel piccolo scoglio a pochi metri dai tuoi piedi. Non c’è dubbio quale sia la miglior scelta tra perdere il sonno e perdere il senno.  Inoltre, per completezza, il senno o la ragione, o la coscienza di se stessi e del mondo non sono che una fastidiosa appendice dei nostri quotidiani ragionamenti e dei piani che facciamo nella vita che poi vengono regolarmente mandati all’aria da un dettaglio, dal coas, dal non senso. L’ignoranza, intesa come non sapere, è gioia, felicità, spensieratezza. Rende la vita una continua strabiliante scoperta di colori, suoni, persone che non dicono niente ma che noi troviamo simpaticisssime ed interessanti, programmi televisivi da lobotomizzati che ci tengono attaccati al video con la bava alla bocca. Tra perdere il senno od il sonno, io scelgo, tuttavia, tuttavia, tutta…via, il sonno. Perchè cara massa di ebeti, perdere il sonno vuol dire tuffarsi nel mare profondo della nostra anima e pescare pesci così grossi che nessuno in superficie potrebbe anche solo immaginare. E allora mentre vi vedo fermi ad osservare il semaforo che alterna i colori, verde giallo rosso, verde giallo rosso, verde giallo rosso, io attraverso la strada verso il marciapiede buio, angusto e pieno di terrore, come lo è la vita imbevuta di ragione.

Buchi in testa

buchi-in-testa

Una bottiglia chiusa fa paura
Come una pagina bianca
Come le carezze non date e gli schiaffi presi
Come le parole da dire
Come
Il cavatappi può essere la soluzione
Infilarlo nella nuca e togliere il tarlo del dubbio che non ti fa dormire
Lasciare uno, cento, mille buchi nella testa
Finche un mattino non ti ricordi nemmeno come ti chiami
Nemmeno in quale letto sei
Nemmeno

Non saprei.

non-saprei
Non saprei.
Le uniche parole che uscirono dalla sua bocca gelida furono queste due.
Non saprei.
Che cosa significava davvero la frase “ non saprei” ?
Significava forse che ignorava la risposta ad una domanda lasciando una sorta di dubbio che sarebbe rimasto irrisolto o significava che sapeva la risposta ma la stessa era talmente scomoda da doverla nascondere dietro una banale finzione di ignoranza?
Era davvero più semplice fingere di non sapere o sapere di fingere piuttosto che stendere al sole la verità come si stendono le lenzuola al calore del mattino ?
In piedi davanti a me, con gli occhi sgranati, le mani giunte , il vestito nero delle occasioni importanti, il colletto mal stirato della camicia, le scarpe strette che tormentano l’alluce, il caldo opprimente che tortura la pelle della schiena con gocce gelide che percorrono la spina dorsale come un’autostrada per l’inferno, stava colui che aveva pronunciato quel “non saprei” stracolmo di dubbi.
Odore di candele, di gelsomino , di dopobarba da due soldi.
Parole sottovoce, bisbiglii rumorosi più di un aereo, mani che sistemano i capelli e fruscii di gonne e di gambe accavallate.
Per uno strano gioco di prospettive riuscivo a vedere anche le persone nell’altra stanza, chi seduto, chi in piedi in silenzio, chi parlottando con le braccia dietro la schiena.
Potevo riconoscere amici di vecchia data e perfetti sconosciuti che si aggiravano in quelle due afose stanze come visitatori di un museo.
Li vedevo osservare quadri senza valore e senza storia attaccati al muro, fingendo un vago interesse per mappe ingiallite di città medievali.
Poi, compiuti due passi, si univano alle discussioni sottovoce di piccoli capannelli formatisi qua e là annuendo o grattandosi il mento tanto per darsi un contegno.
C’erano anche persone che sinceramente mi detestavano. Ignoravo la ragione per la quale fossero lì, quel giorno, ignoravo per quale bizzarro motivo si interessassero tanto a me in quel momento particolare. O forse, ma temevo solo il pensarlo, si erano presentati solo per farmi vedere quanto fosse dolce per loro la vittoria e al contrario farmi assaporare l’amarezza della mia inesorabile sconfitta.
Li avrei comunque puniti più tardi, senz’altro. Non adesso.
Decisi di assentarmi un attimo, lasciando i presenti ai loro commenti inutili.
Sprofondai nel porpora e nell’azzurro, risucchiato come in un’altra dimensione, vomitato tra i ricordi più luminosi, i pochi ricordi luminosi di una vita bizzarra, la mia.
Non potrei esattamente dire quale sia stata casa mia, o quale davvero avessi considerato casa mia.
Forse la casa sulle colline fuori città, o quella al mare più tardi.
Forse casa mia non l’avevo mai trovata, forse non era mai esistita.
Può darsi si trovasse al di là dell’oceano, oltre la linea di orizzonte giallo sfocato. Tremolante di caldo e di tristezza.
Se comunque dovessi ricordare un luogo che poteva in qualche modo rappresentare casa mia avrei sicuramente detto quella che per me era stata casa fino alla prima adolescenza.
In seguito era stato tutto un susseguirsi di ricordi poco piacevoli, o di fugaci felicità. Il mio destino era già stato scritto e come una malattia che si nasconde tra le viscere per tutta la vita e poi esplode in tutta la sua violenza, allo stesso modo il mio destino si era rivelato con il passare degli anni, avendo solo la delicatezza di avermi fatto passare un’infanzia felice.
E quindi ricordavo le lunghe passeggiate in bicicletta tra i campi di girasoli, di ulivi e le soste all’ombra di tigli bevendo da ruscelli di acqua gelata.
Poi iniziavano le fabbriche, con il frastuono di telai che mai dimenticherò, con il profumo di pane caldo, di gerani che colorano i davanzali di persiane chiuse per la calura estiva, di granite al tamarindo e delle cicale che non smettevano mai di inondare la campagna.
Quella, molto probabilmente era stata casa mia, e lo era ancora.
E se ancor’oggi dovessi ripercorrere quelle strade, riuscendo a riconoscere ogni muro, ogni casa, ogni fabbrica che mi hanno visto passare decenni prima con le ginocchia sbucciate, sono sicuro che il mio cuore, stanco, moribondo, rovinato dal veleno dai giorni difficili, si sentirebbe finalmente a casa.
Sinceramente, forse, casa non esiste.
Casa è un modo di dire, un modo di proteggere gli affetti, di rifugiarsi in un luogo sicuro in un mondo tanto buio e freddo, ma se dovessimo essere sinceri con noi stessi, sapremmo benissimo che casa è solo dove vivi con la tua ombra, dove lasci milioni di particelle di pelle, dove sudi gli umori, dove sbavi sul cuscino, dove le tue idee fluttuano fino al soffitto. E se tutti i pensieri e le idee potessero risultare visibili le vedresti attaccate al soffitto, sovrapposte, incastrate, ciondolanti dall’intonaco. Tutte in trepida attesa di raggiungere confini più alti. Sempre più su finchè aspirazioni ed idee si trasformino finalmente in cose concrete.
Ecco perché spesso le idee e i sogni si dovrebbero realizzare all’aperto.
Nei luoghi chiusi restano intrappolate tra le mura, le travi, i pilastri, le condutture.
E se riescono a trovare un varco, un passaggio, compiono percorsi talmente tortuosi e lunghi che quando arrivano a destinazione ormai la loro energia si è consumata e non sono più efficaci.
Nelle stanze ormai vuote del mio passato, le sensazioni e i pensieri si erano svuotati della loro energia primordiale, e non rimanevano che macchie sbiadite senza forma e significato. Ombre irregolari più o meno scure che disegnavano sulle pareti forme bizzarre e indefinibili.
Al centro della stanza una sedia rivolta verso la finestra, sedia sulla quale sedersi per poter guardare cosa poteva riservare la vita da li in poi.
Trovare un senso sarebbe stato difficile, ma bisognava farlo. Tutti dovremmo farlo. Il senso delle cose più semplici. Il senso di potersi svegliare la mattina, scendere dal letto con gli occhi ancora appiccicati, cercare con il piede la pantofola, sapendo quale direzione prendere appena usciti di casa, senza per forza farsi trasportare dagli eventi e dalla vita in luoghi che non sono nostri, seguendo direzioni che non abbiamo davvero, profondamente scelto.
Il senso della mia vita era rimasto un mistero per lunghi anni.
Mi era capitato di sedermi su quella sedia, in quella stanza vuota, verso quella finestra, ma poco o niente ero riuscito a vedere e capire. Forse il senso era il non senso della mia esistenza.
Decisi di tornare su.
Riemersi dal porpora e dall’azzurro e fui catapultato di nuovo nella stanza oppressa dal caldo e dalle parole dei presenti. Qualcuno si era servito da bere, qualcun altro era seduto e con un fazzoletto cercava di asciugare il sudore sulla fronte e all’interno della camicia, allargando il nodo della cravatta.
Quando il pomeriggio sembrava volgere al termine, quando le pareti erano diventate da giallo pallido ad arancione intenso, le ombre più lunghe e decise, i colori più drammatici, quando il pomeriggio stava per lasciare il passo alla sera e sentivo che il mio tempo stava per scadere , quando questo stava per succedere , entrò nella stanza lei.
Salutò sommessamente i presenti, poi con lo sguardo in basso si diresse verso di me. Ebbi un sussulto, un incontrollato tremito della bocca e il fantasma del cuore iniziò a battermi in gola.
Era vicino a me adesso. Mi sfiorò la mano. Poi la stessa piccola mano coprì la bocca rossa , socchiusa come una ferita che non può rimarginare.
I suoi occhi neri, grandi, mi guardavano e la sua ombra , la sua ombra copriva quasi interamente il mio volto , tanto che potevo sentire il calore di quello che era stato un tempo. Un’ombra rovente. Sembrava volesse bruciarmi gli strati di pelle fino ad arrivare alla carne più profonda , fino a scovare i pensieri più nascosti , tirarli fuori dalla mia testa e incenerirli come un velo di carta sulla fiamma.
Disse poche parole, allontanando la mano dalla bocca. La fece scivolare sul petto aggrappandola al bavero della camicia. Disse poche parole a voce così bassa che forse nemmeno lei poteva sentirle.
“ Quando penso che stai fuggendo, quando penso che la tua destinazione non è più quella che vorrei , penso che potrei sedermi e aspettare per secoli finchè anche io riesca magicamente a svanire nel nulla. Svanire ed essere portata via dal vento come una manciata di sabbia. Rimarrebbe di me solo il ricordo di scarpe marroni e vestiti poco colorati. Rimarrebbe di me il profumo di saponi e di olio per capelli. Rimarrebbe di me quello che oggi rimane di te. Ricordo di colori e profumi, di parole e di gesti. Rimarrebbe di me quello che rimane di te oggi.
Una manciata di sabbia nel vento. “
Queste poche parole disse, e le disse tanto silenziosamente che nemmeno lei forse era riuscita ad ascoltare.
In silenzio fu raggiunta dall’individuo che precedentemente stava in piedi difronte a me.
In piedi davanti a me, con gli occhi sgranati, le mani giunte , il vestito nero delle occasioni importanti, il colletto mal stirato della camicia, le scarpe strette che tormentano l’alluce, il caldo opprimente che tortura la pelle della schiena con gocce gelide che percorrono la spina dorsale come un’autostrada per l’inferno.
Lo sguardo di lei mi abbandonò per un attimo volgendosi verso quell’uomo, tanto che per un attimo un sentimento di gelosia mi pervase per poi dissolversi come una nuvola di fumo.
“ che cosa può essere successo ?” . Il tono della sua domanda adesso era stato più deciso che non le sue parole poco prima.
La sua risposta fu gelida come il senso della frase. Il colletto della camicia adesso era ancora più spiegazzato e bagnato di sudore. Potevo sentire il suo alluce pulsare di dolore, potevo avvertire il sudore sulla sua schiena.
Potevo sentire e vedere tutto quello che stava succedendo dentro quelle due stanze. Potevo sentire le sensazioni delle persone che si muovevano lì dentro senza trovare posa.
Significava che era arrivato il tempo di andare.
Stavo per assentarmi di nuovo e tornare a casa. Definitivamente.
Mentre iniziavo a sprofondare dentro il porpora e l’azzurro della bara le parole dell’uomo furono il mio commiato al mondo tanto insignificante per me.
“ non saprei “.
Tutto si fece buio per un attimo e poi luminoso , come luminosi erano stati pochi giorni della mia esistenza.
Quello che successe dopo, sinceramente, non saprei.

Chi giace nella culla di zia Ruth ( 1971 )

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Sapete qual’è il vero mistero ? Non risiede nelle stanza buie di una vecchia villa abbandonata e nemmeno nelle profondità dello spazio. Non lo troverete in un polveroso baule dimenticato in soffitta, e nemmeno tra i documenti nascosti nell’ultimo cassetto in fondo allo scrittoio. Il vero mistero è nascosto nella mente umana. E all’interno degli intricatissimi meandri di quella, il mistero più inspiegabile è perchè, per quale oscura ragione, siamo attratti da storie e da situazioni nelle quali noi siamo le vittime, e i nostri carnefici assunti ad eroi malvagi. In questo caso l’eroina malvagia è una strega. Le fiabe sono zeppe di storie di streghe, e chissà per quale arcano ed oscuro motivo , i bambini ne sono attratti come dal barattolo di marmelllata nella dispensa. Una figura che incute terrore, che agita i loro sonni, che rende la notte un passaggio indesiderato, attrae così tanto la fantasia dei bambini, tanto da non poterne fare a meno. Il racconto sussurrato nella penombra non può non avere una strega come co-protagonista o addirittura come figura centrale. Zia Ruth è Medea ed Ecate allo stesso tempo. Zia Ruth è Baba Yaga della tradizione russa, è la regina Ravenna, è la strega Bianca, è Lamia ed è la strega dei fratelli Grimm. La storia è piena di streghe e di donne malvagie.Ed ancora Zia Ruth è Beatrice Cenci, costretta assassina, è Leonarda Cianciulli, la saponificatrice. Shelley Winters è perfetta in questo ruolo, in una casa senza tempo e senza spazio con così tante stanze e corridoi che anche lo spettatore stesso prova un senso di perdizione e di claustrofobia. Il clima natalizio in cui la storia si svolge rende ancora più cupa l’atmosfera dentro la quale i due poveri fratellini restano intrappolati. Lo scheletro dentro la culla non è che la prova concreta delle nostre paure che spesso proviamo a nascondere con un velo di pizzo. E che dire della voce in falsetto che esce dal saliscendi della dispensa. Non è forse la voce che a volte sentiamo salire su dagli inferi della parte oscura della nostra anima ? Solo un inganno può demolire il castello di terrore. Ecco che allora la voce reale di una bambina può salvarci dal pranzo cannibale della strega. Vieni mammina, vieni mammina, vieni mammina. E mentre la mummia del ricordo si sbriciola in un abbraccio troppo impetuoso , la strega barcolla, inciampa e cade nel suo stesso pentolone con un urlo maledetto e straziante. Solo fino alla prossima fiaba, quando risorgerà più malefica e terribile di sempre.

I criminali della galassia ( 1965 )

criminali

Che differenza c’è tra Aurelio Pennacchia e e Lee Hackle, tra Antonio Margheriti e Antony Daisy ? La stessa differenza che c’è tra un marciapiede bruciato dal sole in una mattinata di luglio e un gelido selciato invernale cosparso di foglie gialle secche. La stessa. Eppure Aurelio era un sognatore. E in quelle foglie brunite secche, morte, ricordo di un estate ormai lontana , immaginava di vedere forme aliene sconosciute, o cibo per essere non umani. Era un sognatore Aurelio e la sua base Gamma Uno, la mitica Gamma Uno, fatta di ferrovie aeree, di autostrade lunari, di elicotteri a dir poco anacronistici e di navi spaziali più simili a scolapasta rossi che non a futuristiche navette, la sua mitica Gamma Uno ha un che i poesia che nessun effetto speciale di ultima generazione può pareggiare. Le pistole lanciafiamme sono ridicole se spostate in un altro contesto, ma in quel contesto, e solo in quello sono poetiche, uniche, forse anche micidiali. La stazione planetaria della metro è qualcosa di eccezionale. Si comprano biglietti da una deliziosa signorina appoggiata ad una consolle retroilluminata di fuxia, e i monitor passano pubblicità improbabili, bambole mosse da stantuffi idraulici e creme per il viso autogeneranti. Ci sono pellicole dello stesso anno molto più raffinate e forse supportate da ben altri budget , ma nella sua umile composizione il racconto scorre abbastanza bene, con l’immancabile scienziato pazzo che esegue esperimenti su esseri umani prima riducendoli a piccole bambole per poi riportarli alla dimensione naturale. Nelle scene finali donne e uomini di una razza superiore aspettano ai bordi una piscina piena di liquido rosso sangue, la simbiosi suprema, l’incrocio perfetto di due esseri perfetti, con le loro vesti che nemmeno il più sprovveduto non riconoscerebbe come prodotti di quegli anni. L’eroe buono arriva a scombinare i piani del pazzo che muore insieme alla sua invenzione sommerso dalla marea rossa e dilaniato da improbabili esplosioni. Il cocktail finale a bordo piscina con eroe e damigella salvata è il giusto finale per quel tipo di filone cinematografico. E cosa avrà pensato Aurelio mentre si giravano le scene finali del film. Cosa avrà immaginato mentre il pianeta del male andava in pezzi. Forse immaginava ancora su quel gelido selciato strani e bizzarri disegni creati dalle foglie cadute ? O forse , come lo scienziato pazzo, immaginava qualcosa di grandioso, qualcosa di eterno e che nessun altro potrà mai capire, un mondo nuovo, perfetto che solo uno stupido, babbeo eroe poteva distruggere senza sapere, nella sua infinita ignoranza, quanto meraviglioso sarebbe stato.

LIMOTEK WEY

babele

Turum sevata. Limotek libi sundueau. Resbik ata lomatek. Ecolom subrinam teron at at fees.Limatek undu servati ulum buss. Trekkotekate liman limen tertu. Esporikkate lime gurum Freda duruti. Intak poloni trutum gradej hu. Suntu detrutium sponef freditu yone juntelum asketam netu gurum de ruti. Hijol dtreasmed ferit waspajei lintre esponeti dash fei fei gurti. Temuru asitomi destiku faste crudewa saw ileman limotek. Rupisan ! Rupisan ! Rupisan ! Essoleti garad tretu yemani yundu kau kilomes scetru. Lopinate pundura cieti asru qat. Qat limuneti asporite fedraz politeri. Netu cumanxi wei wei retumilu. Qulim topuy espoliti ceritu guj. Veive boliponde uturu imana. Setrumak line wey tavimenk jei gurumpalat espiolati reboli dei tiriguy. Uburu tek uburu daspioli werikas defion defion tek. Limotek wey espare too lopinas det gardesi fredu. Apinol filor tiu hunikard facitury. Polimaki polifertu deki plasfe tury yumanti. Gretumina swedi thurium flekitasi klote poliwasde zas dasguru turim juni munasdeturi. Esamer esamer feri esamer toryu. Lidefas qat ziutesdy tymuniop. Apperitres dertiu futurwade zasde sqatrem. Kiolina det qat furumga sciopilan jukulit tresc. Ewas pedicas finetr was umulit wa umulit qat. Reklotid fruy buritumu banfes copiled stuge rimax esatek limotek. Tramen gupilu oferak daset gyuti. Tramen frubulin meta juhurai espoledi munika sopilan vertulum asdebat qat wes detronium. At repolin fiutek desazt edonipo trilu nutfasdek gutu. Eli qat grefiumina cutiru pindetigu huy holomaki. Qoopol cartestyu epolin meta definu trutu mipolika jutre destaveru cumen fiupowa sedek sedekari. Lisek rumutaki poda fey fey. Mikkasedi trume copilate frade ximanas cewadiru tupi lopewaq qat wesaxu. Esporitu garam wefulu iodem garasek imo neppitulus detrum feri assitremin dega sazzinem qatte. Ellomina polet fesade utu rimenatres dazilop pase diuty hulumai. Sepoli gared suy treminus edita lekkop asitu herima neti neti yum. Aqqa resadet zaderitu yumun pikopolo waqqe resat babelit babelis oppelam. Esate gopilu diseripon woi e qat asuritu edda qoo. Edda qoo lirefo pilote babelis vurum huy huy tredi piewasde rettu. Ellipone wase qatterumu ico loppi trefiunat detriuy asex zawertiu pase dey dey.

SOGNATORE SERIALE COLPEVOLE

sognatore-seriale

Ho accuratamente evitato ogni linea d’ombra mentre camminavo verso l’oceano attraverso i lunghi viali alberati di giugno. Sole tiepido, caldo. Insistente. Muri dipinti e poster strappati lungo la via, mentre in fondo la linea blu del mare era sempre più vicina. Troppo lontana però dal mio spirito. La vecchia villa Wilkins sempre chiusa, con le persiane mangiate dal sale e dal vento, dall’umidità e dal tempo. Chiusa come le mani dell’aridità. Chiusa come il mio cuore. Una noce di sangue. Ancora sole sulla mia testa quando ormai raggiungo il viale lungo l’oceano, disseminato da piccole baracche di legno che vendono un pò di tutto meno l’essenziale. Mi siedo sulla prima panchina libera con il mare giusto sotto di me che si muove, schiuma, torna e ritorna. E sotto la linea dell’acqua milioni di persone che sembrano chiamarmi e che ondeggiano come alghe attaccate agli scogli. Ondeggiano e aprono all’unisono le loro bocche senza che io possa sentire assolutamente nulla. Poi, per un attimo, sembrano sparire sotto un’onda più grande , più bianca. E’ solo un attimo perche non appena la superficie dell’acqua torna cristallina li rivedo ancora tutti li, con le loro braccia giù distese lungo il corpo, le dita delle mani dilatate e le loro teste innaturalmente piegate in alto con le loro bocche spalancate che parlano, mi chiamano senza che ci sia comunicazione tra di noi. Allora distolgo lo sguardo per un attimo e guardo il sole davanti a me. Sento le radiazioni penetrare il mio corpo, e in lontananza giovani ragazze che scherzano e si controllano la linea dell’abbronzatura lungo lo slip. Biciclette, bottiglie vuote, caffè in tazze di cartone con scritte gialle e marroni. Mattonelle rosa rotte e strani suoni provenienti dall’orizzonte. Sagome sconosciute. Mi alzo e lascio quella muta folla sott’acqua che sembra salutarmi con un isterico movimento delle dita. Mi alzo e mi incammino passando nuovamente davanti a villa Wilkins, che è ancora chiusa. Ora però le stecche delle persiane sembrano essersi mosse , sembra che qualcuno, da dentro , abbia scostato quelle stecche vecchie e malconce per vedere chi passa sul viale alberato davanti all’ingresso. Forse è solo un’impressione. Quella villa è vuota come vuote sono le tasche dei miei pantaloni corti beige. Come vuoto è il mio cuore in quest’ultimo anno. Intanto , sott’acqua , tutti quegli individui si sono raccolti , abbracciati come in una enorme anemone di mare che fagocita le anime delle persone e i loro sogni. Rientro a casa e mi affaccio. Fuori il mondo è una pagina di giornale strappata.

I GIORNI DEL CULTO DELL’ACQUA

acqua

Tre giorni al mese, le scadenze. Dall’alba al tramonto, l’intervallo di tempo. Acqua, l’elemento. Sono i giornni del culto dell’acqua , giorni durante i quali il nostro corpo riceverà solo acqua, la più pura possibile. Due volte durante la giornata dedicata al culto ci fermeremo e proietteremo la diapositiva dell’amalgama davanti a noi per qualche minuto.Ci sono molte variabili alle quali sottostare e per le quali modificare leggermente l’andamento della giornata. Per prima cosa dovremo stabilire quali sono i giorni nei quali dedicarsi al culto. L’ideale sarebbe praticarlo in giorni non lavorativi, con una pressione atmosferica compresa tra i 998 hpa ed i 1028 hpa ed una umidità tra il 58 ed il 69 per cento. Queste sarebbero le condizioni ideali. L’abbigliamento dovrebbe consistere in una veste bianca o, in assenza di quello, in indumenti il più chiari possibile. Questo per non creare interferenze cromatiche con il passaggio del liquido nel nostro corpo. Oggi è un giorno ideale per dedicarsi al culto dell’acqua. Pressione atmosferica sui 1027 hpa, umidità del 59%. Giorno non lavorativo. Prepariamoci quinbdi psicologicamente a rinunciare a qualsiasi cibo o bevanda che non sia acqua. Laviamoci, indossiamo la tunica o indumenti bianchi e fermiamoci per qualche minuto immaginando di avere davanti a noi la diapositiva dell’amalgama e del punto di rottura della matrice che ci rende prigionieri nella vita di ogni giorno. Proiettiamo la diapositiva davanti a noi e osserviamola nel modo più dettagliato possibile, tenendo ben saldi i punti focali dell’immagine.Il luogo dove siamo, come siamo vestiti, cosa stiamo facendo. I colori della scena. Adesso dissolviamo l’immagine e torniamo alle nostre attività. Teniamoci a portata di mano una bottiglia di acqua ed iniziamo a bere ad intervalli più o meno regolari. La quantità giornaliera ideale sarebbe di circa tre litri durante tutta la giornata. Il sessanta percento dell’intera quantità dovrebbe essere necessaria ad eliminare le tossine fisiche dal nostro organismo il restante quaranta percento quelle mentali. La sensazione dopo qualche ora dall’inizio del culto sarà quella di una vaga depressione, sconforto, tristezza, debolezza fisica, appannamento della vista.Sono le tossine che si aggrappano al nostro organismo per non essere espulse. Quelle fisiche, tuttavia, si espellono rapidamente e senza troppo sforzo fisico anche se all’inizio la cosa sembra insostenibile. Le tossine mentali sono più dure da eliminare. Creano un profondo sconforto psicologico, tristezza e sensazione di caduta in un imbuto cosmico. La loro tenacia nel non voler abbandonare il corpo ci fa credere di essere sul punto di morte, di non poter resistere ad una tale sensazione, di cadere in un baratro senza fondo. E’ solo un’illusione creata dai veleni presenti nel nostro cervello. Un film girato ad hoc per spingerci ad abbandonare i nostri propositi di pulizia interiore. E’ la fase in cui è più facile cedere e si presenta dopo circa sei, otto ore dall’inizio della pulizia. Nonostante le ultime ore siano molto difficili da superare, anche per gli stimoli che riceviamo dall’esterno e che dovremmo cercare di ridurre al minimo, il picco delle sei , otto ore è quello più duro da superare e si presenta come la cima della montagna , oltre il quale percorreremo una dolce ma costante discesa della sensazione di debolezza quasi mortale. Sarebbe utile tenere un diario delle sensazioni e delle azioni durante tutta la giornata. Un’analisi dettagliata di quello che succede al nostro corpo e alla nostra mente in queste quindici ore di , non lo nascondo, sofferenza fisico mentale. Indossiamo quindi il nostro tessuto bianco ed iniziamo a percorrere questo sentiero all’interno del nostro corpo. Buon viaggio.

ENERGIE NELLE PARETI

energia

Non servono solo a contenere i cavi dentro le pareti. E’ la cosa più banale che potremmo pensare. E cioè che un oggetto serva solo per quello che è stato destinato. Un esame superficiale potrebbe certamente portare a quel tipo di conclusione. Ma ogni oggetto, nell’universo delle cose, ha una doppia funzione oltre a quella più evidente. E la seconda funzione, quella nascosta, è avviamente anche la più importante. Ecco quindi che nel caso delle forassiti, ossia quei tubi di plastica che vengono installati all’interno delle pareti e dentro le quali si fanno passare i cavi dell’impiantistica di rete o elettrica, il discorso diventa veramente di importanza assoluta. I tipi di corrugato plastico, detto appunto forassite, varia nei diametri più usati da 16 a 40 millimetri , e il fascio di cavi che lo attraversa secondo le norme CEI non può superare il settanta per cento. Ci sono due perchè. Uno scientifico e uno spirituale. Quello scientifico sta nel fatto che un fascio di cavi che supera nel suo totale il settanta per cento otturerebbe il tubo, farebbe surriscaldare i cavi stessi causando pericolosi picchi di temperatura con le ovvie conseguenze. Poi c’è il motivo spirituale, che forse nessuno sa. Quello spazio vuoto, scuro che rimane a disposizione dell’aria all’interno del corrugato del quale stiamo parlando e che attraversa in centinaia e a volte migliaia di metri le pareti delle nostre case, è il passaggio ideale per le energie negative e positive del nostro spirito. Ogni sensazione, bella, brutta, piacevole o fastidiosa, dolore , preoccupazione , godimento , estasi, depressione esce dal nostro corpo, si espande nello spazio intorno a noi e si dilata nella stanza fino ad arrivare alle mura, attraversa l’intonaco , la muratura e continuerebbe il suo viaggio verso l’esterno se non fosse catturata dai campi magnetici dei cavi all’interno delle pareti. In questo modo viene attratta e risucchiata da questi campi e rimane intrappolata dentro le forassiti. Non rimane statica. inizia a circolare vorticosamente all’interno dei tubi in tutta la casa, velocissima e senza via d’uscita. Come in una gabbia energetica siamo circondati da questa energia che circola come in un turbine attorno a noi e che non risce a liberarsi causando quelle che chiamiamo vibrazione negative ( o positive ) di un luogo. Purtroppo, nella maggiorparte dei casi, le sensazioni negative sono in maggior numero rispetto a quelle positive e così hanno il sopravvento. Entriamo spesso in luoghi che hanno un’atmosfera negativa , sensazione che non riusciamo a spiegarci perchè magari il luogo è ben arredato, accogliente, caldo, all’apparenza sereno. Ma basta sostare in una stanza per più di un momento per percepire quello che molti non si spiegano e che certamente non sanno. In quel preciso istante, intorno a noi, dentro le pareti , quasi alla velocità della luce stanno viaggiando sensazioni e pensieri precedenti alla nostra presenza che provocano il nostro stato d’animo. Non è detto che le sensazioni siano negative. Possono essere anche piacevoli. In quel caso i pensieri e le onde spirituali positive hanno avuto la meglio su quelle negative, e le prime, le positive, viaggiano a frequenze e velocità ridotte. La differenti velocità sono la spiegazione anche al fatto che un ambiente piacevole rilassa, mentre uno spiacevole innervosice. Oltre al tipo di onde anche la velocità influisce sul nostro spirito e sul nostro organismo. Soluzioni ? Forse. poco studiate e non dimostrate. Spesso una ristrutturazione muraria con interessamento delle forassiti può risolvere il problema. Questo andrebbe a eliminare le energie presenti all’interno delle pareti precedenti al nostro soggiorno all’interno della stanza. Considerato che sono necessari circa sei mesi per l’accumulo di energie all’interno delle forassiti, è chiaro che dopo tale tempo il problema si potrebbe ripresentare, magari anche pù intensamente di prima. Altra soluzione da poco scoperta ma alla quale mancano dati ufficiali, è l’installazione di un piccolo cubo di legno di tiglio all’interno di ogni parete in prossimità della forassite. Questo sembrerebbe impedire al campo magnetico di imprigionare le onde spirituali che escono dal nostro corpo e che attraversano le pareti. Il cubo di legno assorbirebbe tutta l’energia e la terrebbe rinchiusa nelle sue fibre impedendo alle onde stesse di circolare liberamente all’interno delle pareti. Un cubo di legno di sette centimetri per sette centimetri per sette centimetri sembrerebbe sufficiente per assrobire onde cerebrali per circa otto, nove mesi. Chiaramente dovrebbe essere inserito in un alloggio particolare nella parete in modo da poter essere sostituito dopo tale periodo. Se tutto ciò fosse dimostrato è chiaro che il legno di tiglio aumenterebbe il proprio valore in modo esponenziale. Un consiglio ? Iniziate a procurarvi legno di tale tipo. Potrebbe tornarvi utile.

LA RICERCA DELLA VERITA’

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5. OLTRE LA SIEPE ( STORIA ALTRUI )

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Il giorno dopo avevo un paio di appuntamenti sebbene fossi in ferie. Tra il primo ed il secondo di questi avevo un buco di un paio d’ore , inutile dire che le avrei passate al pub.
Era venerdi, ci trovai un po’ di gente. A dire il vero i soliti, e cioè una variegata accozzaglia di individui bizzarri ed enigmatici le cui vite avevano un senso solo quando erano seduti a quei tavolini.
I bicchieri di birra un po’ pieni e un po’ vuoti brillavano al sole, e il tutto era pervaso da quella meravigliosa luce che solo un giorno d’estate può regalare. Le gonnelline e i sandali delle ragazze, le magliette colorate , i braccialetti che disegnavano cerchi di pelle bianca davano sensualità e voglia di vivere. Piccole cose, immagini, segni. Piccole cose.
Negli ultimi anni avevo trascorso molte estati in città, oppresso dalla calura infernale che piomba su queste zone in luglio ed agosto, ma nonostante ciò, spesso era piacevole trasformarsi in turista tra i turisti, passeggiando nelle zone meno frequentate che soprattutto nelle ore più calde si svuotavano. Allora sì che potevi ammirare in tutta la bellezza la città, scovare angoli mai visti nonostante ci si passasse davanti ogni giorno. Giornate nelle quali si trovava sollievo con l’arrivo della brezza del tardo pomeriggio che sembrava colorare i lastricati delle strade di quel misto di azzurro e rosa che rendeva dolce ogni spigolo acuto di pietra serena. Avrei potuto stare giornate intere ad osservare dettagli della vita comune. Meraviglia ed inganno.
Era tutto un come stai, che fai, dove vai, che hai fatto. I soliti discorsi. Ma con l’andare avanti del pomeriggio i discorsi si sarebbero fatti più profondi, sempre più impegnati, fino ad arrivare a svelare i grandi misteri della vita e dell’universo a notte fonda.
Verità assolute storpiate da bocche impastate dall’alcol e dalla stanchezza.
Il più incline ad intavolare questioni di interesse mondiale era uno degli avventori storici del pub. Lo chiameremo J.
In città da diversi anni grazie ad una misteriosa borsa di studio che secondo me era sovvenzionata non tanto dal ministero dell’istruzione quanto dalle tasche di babbo e mamma.
J aveva la capacità miracolosa di mettere allegria con quella sua faccia asimmetrica, buffa, squadrata. Nessuno lo avrebbe definito brutto.
Capelli scuri, pelle bianchissima. Sguardo spesso perso oltre lo sguardo anche quando prestava attenzione alle tue parole. Una di quelle persone che sembra avere costantemente centinaia di pensieri che si rincorrono intorno al cervello. Jeans larghissimi, maglietta bianca. Senza cintura. Senza meta. Senza un destino preciso.
Al tavolino accanto a quello dove ero seduto io si parlava delle costanti tensioni tra camerieri al pub in procinto di cambiare gestione, a quello difronte, invece, c’era una coppia di turisti intenti nella lettura di un librettino “ angoli segreti della città “.
Angoli segreti, pensai, se avessi potuto fargli fare un giro io, allora sì che avrebbero scoperto gli angoli segreti di quella città. Non quella dell’arte, della cultura o del turismo.
Non certo quella pubblicizzata sugli opuscoli turistici.
Il mio tour, diciamo cosi, avrebbe interessato la città del vecchio KGB , antro infernale nel quale si ballava praticamente la buio, o dei sotterranei della Ribotta, del Chiodo Fisso .
Locali ricavati da cantine e vecchi magazzini praticamente sconosciuti e frequentati non certo dal fior fiore del jet set. Ma posti dove potevi veramente divertirti senza compromessi e senza finzione di apparenza.
Avrei potuti portarli in appartamenti all’ultimo piano del centro storico affittati a duemila euro al mese, teatri di feste epiche tra iguane , faretti colorati, cuscini imperlinati pieni di pulci e ancora cani , giochi d’ombre, scalette in legno verso terrazzini di due metri per due, quadri fatti di pasta e cera, buchi nel muro passaggi per soffitte vecchie di centinaia di anni , divani scomodi , risvegli all’alba terribili , magliette perse sotto i cuscini delle poltrone e numeri di telefono segnati sulla porta del bagno. E poi i bicchieri. Di carta, di vetro, di coccio, di legno, di ceramica. Colorati, trasparenti , dipinti con pennarelli, rotti, sporchi , polverosi, rovesciati.
La seconda tappa sarebbero stati i cortili, i giardini, gli spazi privati di palazzi di fine ottocento, stanze all’aperto silenziose , con i panni stesi, le biciclette appoggiate alle gronde, i palloni bucati e un paio di ciabatte di chissà chi. E poi i giardini circondati da mura altissime che nascondevano il loro segreto a pochi passi dal centro. Nessuno, se non i proprietari sarebbero venuti mai a conoscenza di quel pezzetto verde. Giardini con statue di marmo e di pietra serena ormai sfregiate dalla polvere e dal muschio, con tavolini in ferro battuto e ceramica , con frangisole di rete ed edera .

In fondo non è difficile, basta sapere usare i tempi giusti. Studiare i movimenti e usare il cervello. Certo la prima volta puoi farti prendere dalle emozioni ma è un errore che non ti puoi permettere. E ci sono cose che devono essere fatte. Inutile nascondersi dietro il dito della religione, della morale o della legge. Certe cose vanno fatte punto e basta. Se poi uno ha carenza di coraggio quello è un altro discorso. Ma tu sei fortunato , hai me. Sono io che ti preparo la merenda mentre tu sei a giocare con gli altri bambini sotto il pioppo. Sono io che penso alle tue mutande mentre raccogli il tiglio in un settembre arancione e porpora. Tu sei fortunato, hai me.

J abitava dietro il mercato all’aperto, all’ultimo piano di una schiera di case tipiche di quel quartiere. Case strette, alte, portoncino in legno , scale strette di pietra serena e quell’inconfondibile frescura che ti accompagna fino su all ultimo, con i campanelli uno diverso dall altro con cognomi improbabili. Scese vestito come era salito. Jeans larghissimi e maglietta bianca. Sempre senza cintura e sempre senza destino.
“ mi devo fermare a comprare qualcosa “ dissi
“ io ho trovato una bottiglia nella credenza del soggiorno. Credo sia della padrona di casa, ma l’ ho presa in prestito “ sogghignò.
“ chissà da quanti secoli è li, sarà buona senz’ altro.”
“ dobbiamo passare a prendere T**, oltre il fiume. “
Le strade erano tutte un pullulare di gente, turisti, motorini, biciclette che ti passavano accanto, ti tagliavano la strada, si fermavano a chiacchierare ai bordi della strada, tra bancarelle di souvenir, negozi di cappelli, friggitorie, guide turistiche, gruppi di studenti, cani , gatti. Il mondo in una strada.
“ non ho mai capito come fate a guidare in queste strade. Queste non sono strade sono cunicoli. Siete dei fenomeni, devo ammetterlo, per non parlare degli autisti dei bus.” J teneva il braccio fuori mentre i capelli neri gli ballavano sulla fronte
“ e questa cosa di far parcheggiare le auto ai due lati della strada, con strade così strette. Impossibile “ continuava
Passammo a prendere T** oltre il fiume. Ci aspettava giù in strada. Parlava con il proprietario del negozio di frutta e verdura sotto casa sua.
Parlava dei peperoni, dei pomodori, del basilico. Parlava del buco dimensionale oltre le sfere del sapere. Parlava.
Arrivammo alla villa praticamente all’ ora di cena. Uno splendido casale ricavato da una fattoria su un poggio esposto a sud e circondato da cipressi , ulivi, tigli.
Solo la facciata era sgombra di alberi e uno splendido sole la colorava di arancio e di viola, con le finestre che si erano accese riflettendo quel meraviglioso fuoco del tramonto. Ci ricevette Ia**** con il suo solito smanacciare esagerato. Ci fece parcheggiare e ci condusse , attraversando l’atrio , al cortile interno dove un po’ di gente era seduta godendosi il fresco del giardino bevendo e mangiando i resti di un aperitivo al quale eravamo arrivati tardi.
Salutammo tutti mentre già eravamo impegnati a sorseggiare un bianchino fresco fresco.
“ mamma questo è L**, J e T**, “ continuava ad agitare le mani come se stesse presentando chissà cosa.
Saluti, strette di mano qualche risatina di circostanza. Quello che si deve fare.
Il giardino del casolare era incantevole. Un prato di un verde quasi finto che aveva come limite un muro a secco dal quale , oltre, si stendevano filari di ulivi a perdita d’occhio interrotti da una siepe.
Panchine e sdraio di vimini bianco, piscina, tavolino ben imbandito. Il casolare era imponente, e dietro le finestre buie della torre si sarebbe potuto nascondere qualsiasi cosa. Un alieno, un fantasma di un predecessore della villa. Un vecchio parente non presentabile ad un aperitivo così elegante.
Una di quelle storie che si possono raccontare poi durante l’inverno. Le persone presenti in quel cortile, una decina, escluso noi tre parevano un dipinto di Monet. La dama nel giardino. Così mi sembrava che si chiamasse; ne avevo visto una stampa da qualche parte, in casa di qualcuno, e ricordo bene che era appeso sopra un divano rosso porpora di velluto.
Si, dovevo averlo visto proprio li.
Se l’ambiente era rilassante, piacevole e molto tranquillo non lo era certo il mio animo, dal quale all’ improvviso ricominciarono a salire tutti gli avvenimenti di quei giorni. Qualcosa mi inquietava, la brezza che muoveva le foglie argentate degli ulivi non avevano nulla di piacevole, niente di romantico o di leggiadro. Piuttosto sembrava l’alito del demonio che si divertiva a scorrazzare per la campagna prima della sera.
C’era qualcosa che aveva turbato l’atmosfera di una serata che tutto aveva meno che qualcosa di inquietante.
Sfortunatamente non ero il solo che avevo notato che qualcuno o qualcosa era ospite non invitato. La cena fu ottima, quello che uno si aspetta di mangiare in un casolare di campagna in quella zona.
Prosciutto, salami, formaggi, delle meravigliose pennette ai profumi dell’orto. Carni arrostite alla brace , insalate, legumi.
Per aumentare l’angoscia che la cena aveva appena smorzato notai che la zia del nostro caro amico Ia**** mi guardava in modo un po’ strano.
A dire il vero sembrava fosse un po’ strabica, perché non è che mi guardasse proprio dritto in faccia, il suo sguardo sembrava disegnare una linea che andava a poggiare proprio sulla mia spalla sinistra, tra me e J che sedeva accanto a me.
Anche il signore seduto accanto a me sembrava essersi accorto del suo strano sguardo perso oltre il tavolo. Ogni tanto mi guardava con discrezione e sorrideva con quel fare tipico di chi pensa che ha davanti qualcuno fuori di testa.
Non parlava molto, da quello che riuscii a capire si era trasferita in un’altra regione, si era sposata con un tipo e poi, rimasta vedova, era rimasta a campare di pensione e di piccoli lavoretti a noi sconosciuti. Era la sorella della mamma di Ia****.
Continuava a guardare sopra la mia spalla, o perlomeno quella era la mia impressione. Le avrei voluto chiedere per quale motivo mi guardasse tanto, ma di certo l’avrei offesa e le avrei fatto notare che il suo strabismo stava peggiorando.
Il dopocena si svolse nel giardino, pervaso dal profumo delle torce alla citronella che mettevano in parte in fuga le migliaia di zanzare. Le conversazioni tra gli ospiti erano rilassate e tipiche di un post cena così abbondante.
Io ero stato bloccato dai padroni di casa con noiose e banali domande sul lavoro . Le mie risposte erano sempre condite da puntualizzazioni economiche del dottor commercialista. Il padre di Ia****. Mentre parlavo e cercavo stancamente di tener testa alla conversazione intavolata, la sensazione di angoscia aumentò improvvisamente. Potevo sentire quasi l’odore di quella sensazione avvolgere il mio corpo, i miei sensi e portarmi lontano da quel luogo e da quelle discussioni. Tutti notarono il mio cambio d’umore. Si rivolsero un’occhiata d’intesa e cercarono, con molta educazione, di liberarmi da quella noiosa discussione.
All’inizio non riuscii a capire cosa mi rendeva così inquieto, ma poi, dopo una rapida escursione visiva oltre il giardino capii benissimo qual’era la causa del mio malessere.
Oltre il prato verde, verdissimo, oltre il muro a secco , oltre la siepe, in mezzo ai campi di ulivo e di cipressi, dove ormai le lunghe ombre della sera avevano la meglio sulle luci estive, in mezzo alla terra secca del solleone pomeridiano, qualcuno mi stava guardando.
Non guardava gli invitati rilassarsi sui divani di vimini bianco, non guardava la torre del casolare ora buia e in contrasto con il cielo blu scuro. Non guardava il tavolo ormai abbandonato con piatti e bicchieri lasciati a raffreddarsi. In mezzo agli ulivi, tra le ombre dei cipressi quella figura guardava me , ed io potevo sentire i suoi occhi lacerarmi maglia , pantaloni ed entrarmi tanto in profondità da farmi sanguinare l’anima.
Solo una persona, in quel momento gelido si rese conto di quello che stavo vivendo.La zia.
Mi si affiancò all’improvviso, sbucando dal nulla.
Poggiò la sua mano sul mio braccio invitandomi a seguirla ai lati del prato.
“ io so cosa ti sta succedendo, l’ho visto e non devi averne paura “
Io ero ammutolito dal terrore e dall’angoscia. Non riuscivo a proferire parola.
Cercavo di divincolare il braccio dalla sua presa senza essere troppo maleducato ma lei mi teneva con un certo vigore.
“ non è ancora il momento che tu sappia, non capiresti. Sappi solo che c’è una spiegazione a tutto quello che succede. Una spiegazione che può non sembrare logica, ma arriverà il momento in cui tutto si rivelerà e tu capirai. “
La guardai fisso per cercare di capire se era ubriaca o pazza.
O se aveva fatto centro.
La serata fresca, meravigliosa, piacevole divenne ad un certo punto troppo fredda, troppo buia . Mi sentivo solo in quella campagna piena di ombre e piena di misteri come misteriosa è la campagna non appena il sole scende dietro alle colline e si tuffa in mare. Tanto solare e dolce di giorno quanto tenebrosa di notte. Boschi che possono nascondere il concetto di tenebra medesimo. Filari di viti nelle quali non sempre le ombre si rivelano così banali e naturali.
Le sue parole erano come un assaggio di formaggio stagionato. Dolce all’inizio, pungente alla fine.
“E’ solo questione di tempo, caro giovanotto, ma poi vedrai che le cose si riveleranno da sole. “ parlava e mi teneva il braccio in una presa dalla quale ero impossibilitato a liberarmi. Debole e lascivo. Abbandonato nei miei deliri allucinati.
“ci sono tante cose che non si vedono e che si muovono intorno a noi influenzando la nostra vita. Cose che non vediamo ma che esistono, che sono esistite o che forse esistono in altre dimensioni o in altri ambiti dello spirito. Non devi averne paura, è solo questione di capire e di accettare le cose come stanno.”
Avevo bisogno di bere qualcosa. Mi allontanai da lei. Era decisamente pazza, e nonostante ne fossi certo mi meravigliava che fosse riuscita a inquietarmi, io che vivevo in mezzo ai folli tutti i giorni , non reggevo il confronto con uno di loro salito un po’ troppo in alto sulla scala della pazzia.
Quella serata era diventata insopportabile, volevo andare via. Cercai di recuperare gli altri due e fu veramente dura trascinarli verso la macchina. La scusa del lavoro il sabato mattina fu accettata abbastanza di buon grado, e tanto bastò per rimontare in macchina e tornare in città con i miei amici che mi maledissero per tutto il tragitto.
Nell’ombra qualcosa si allontanava mentre io correvo giù di nuovo verso la città, verso le luci , verso le strade che scioccamente pensavo mi avrebbero riportato alla normalità.

4. IN CERCA DI QUALCOSA ( STORIA ALTRUI )

san-giorgio

Il risveglio del mattino seguente fu migliore, decisamente migliore. Ancora sdraiato sul letto , nudo e con lo sguardo perso nel soffitto colorato di verde dalla luce che penetrava dalle persiane, decisi che avrei indagato un po’ di più su quello che era stato un mercoledì impegnativo, se cosi possiamo dire. Sebbene indugiassi tra timore della verità e determinazione a scoprire cosa cavolo era successo in quei tre giorni di follia o di sonno, buttai giù le gambe dal letto , pochi passi ed ero già seduto al computer.
Internet mi avrebbe intanto dato qualche risposta. Controllai il volo in questione, quello del messaggio. Il volo al quale il messaggio si riferiva era partito domenica 5 luglio alle 12.15. destinazione Madrid, da lì , alle 15.50 era partito il volo IB112 per Siviglia, con arrivo alle 16.50. Secondo quanto diceva l’sms, quindi, io domenica alle 16.50 avrei dovuto essere a Siviglia , a duemila chilometri da casa, mentre in realtà ero a letto beato che dormivo.
Una smorfia di sorriso isterico modificò la linea della mia bocca.
Per un attimo presi in considerazione la folle opportunità che veramente fossi partito , in un gioco dell’assurdo con la mente. Decisi di provare a sfidare le regole dell’impossibile.
Dopo un viaggio del genere avrei dovuto avere qualche documento in giro per casa, qualche tagliando , uno straccio di prova. Ma in casa non c’era niente che potesse far pensare ad una eventuale visita alla città spagnola .
Niente di niente. La ragione , poi, ebbe di nuovo il sopravvento, e mi resi conto di quanto stupido fosse cercare qualcosa che non poteva esistere.
La mia razionalità decise che era stato un errore e che dovevo dimenticare quella storia, promettendomi allo stesso tempo di fare una vità più regolare.
Dovevo sbrigare alcune faccende e fare qualcosa mi avrebbe sicuramente distratto.
Il caldo era già opprimente , nonostante fosse mattina presto. Uscii.
Il centro pullulava di gente, turisti, donne con carrozzine, vecchiette davanti alle casse di frutta, biciclette di studenti. Per accorciare la strada passai dal ponte sul fiume che già era affollato.
Mi fermai a fare colazione al solito bar dopo il ponte dove il ragazzo mi salutò chiedendomi anche lui che fine avessi fatto negli ultimi giorni .
Mentre sorseggiavo il mio cappuccino scuro mi accorsi che il graffio sul braccio, intanto, era decisamente migliorato e la pelle rosa lacerata contrastava con una leggera e piacevole abbronzatura.
L’ufficio dove mi dovevo recare si trovava in un vecchio palazzo quattrocentesco del centro. L’atrio era fresco tanto che rallentai il passo per godermelo. La signorina al primo piano mi aspettava per la consegna di alcuni documenti. Nome cognome indirizzo marca da bollo firma. Fatto.
Alle spalle dell’impiegata un uomo sulla cinquantina mi stava guardando di soppiatto dietro al suo schermo del computer. Il monitor non mi permetteva di vederlo, ma lui ogni tanto si affacciava sulla sinistra e mi osservava dietro i suoi occhiali tondi con montatura dorata. Pelato magrolino e con una camicia a righe celesti a maniche corte.
Ho sempre diffidato degli uomini pelati con gli occhiali tondi e delle donne obese. Figuriamoci di quelli con la camicia a righe celesti.
Quando la vita è stata cattiva con te , te la devi prendere con qualcuno, questo era quello che pensavo. Poi però la mia convinzione veniva sistematicamente smontata quando una bella ragazza ti rendeva la vita impossibile o ti faceva qualche cattiveria gratuita. In effetti quello non riuscivo a spiegarmelo.
Uscii dall’ufficio ma a metà rampa il tipo con gli occhiali tondi mi raggiunse strattonandomi leggermente il braccio “ non ti preoccupare ci sono passato anche io, al momento che accetti la cosa ci puoi convivere. “ strizzava gli occhi e mi guardava in attesa di una risposta che non potevo dargli.
“ non so di che cosa stia parlando “ borbottai infastidito, togliendo il braccio dalla sua presa
“ all’inizio anche io sono stato male, pensavo di essere pazzo, ho pensato anche di farmi visitare, poi però tutto si è chiarito, ed in fondo la cosa può anche tornarmi utile. “ .
Si voltò e tornò su per le scale , richiudendosi nel suo ufficio, dandomi prima un’occhiata di intesa che poteva capire solo lui, in quel momento.
Rimasi lì a sulle scale di pietra serena , con le persone che mi passavano a fianco indispettite perché bloccavo il passo, non sapendo bene cosa pensare.
Temevo che il tema del suo approccio fosse quello per cui stavo cercando di capire qualcosa. Lo temevo e cercavo di non pensarci, perché non potevo accettare che un perfetto sconosciuto potesse sapere quello che mi era successo nei giorni precedenti.
Non poteva accettarlo la mia ragione e non poteva accettarlo la mia sensibilità.
Semplicemente feci finta di niente e tornai giù, tenendomi dentro di me, in fondo, quel seme di dubbio e di terrore che avrebbe presto germogliato.
Appena tornato in strada il caldo torrido mi inghiottì di nuovo nel suo abbraccio umido e mi ci volle un po’ per rimettere in funzione il cervello e ricordarmi che cosa dovevo fare.
Dovevo consegnare alcuni moduli presso un paio di hotel in centro, moduli che avrebbero preceduto una mia visita agli hotel stessi durante la quale dovevo stilare un piccolo rapporto sulla qualità dei servizi , del personale e della cucina. Di questo trattava il mio lavoro. Sinceramente per un elemento come me l’etichetta non era proprio adeguata, ma il mio capo , il primo giorno di lavoro, mi aveva definito unità mobile controllo standard , quindi io lo ripetevo a pappagallo quando qualcuno mi chiedeva che lavoro facessi, E vi assicuro che si meravigliavano quando spiegavo quali erano le mie funzioni. Nessuno mi prendeva sul serio ma quel lavoro non era male e, soprattutto , la paga era regolare e costante. Raggiunsi i due hotel che non distavano molto l ‘uno dall’altro , consegnai i documenti e finito, mi accomodai a bere un caffè nella hall di uno degli alberghi, godendomi il fresco dell’interno con lo sguardo rivolto al soffitto dove San Giorgio a cavallo uccideva un enorme drago che con le sue spire occupava gran parte del soffitto. Il corpo del drago trafitto dalla lancia sembrava venirmi incontro tanto era reale , così reale che sembrava di sentire l ‘odore del sangue infernale pervadere la stanza. Mi ricomposi, mi alzai e uscii dall’albergo. Il drago, invece, rimase lì, con le sue spire che occupavano gran parte del soffitto.
Sull’ora di pranzo avevo appuntamento con quella che, in un certo senso, potevo definire la mia ragazza.
Io di certo la consideravo qualcosa, forse molto, in meno, uscivamo ogni tanto, qualche cena, ma ad essere sincero c’erano molte cose di lei che non sopportavo assolutamente. In effetti il mio grado di sopportazione per lei raggiungeva un livello discreto solamente dopo la terza birra. E sono sicuro che lo stesso avrebbe detto lei se le avessero chiesto un giudizio onesto su di me.
Ci incontrammo ad una tavola calda di là dal fiume.
Avrei potuto raccontarle quello che mi era successo, ma mi avrebbe preso per pazzo o per ubriaco e poi non avevo voglia dei suoi giudizi sempre troppo razionali , troppo giusti, troppo coerenti , tipici di una mente matematica. Insegnava analisi matematica all’ università e , come tutti i suoi simili, alternava un razionalismo quasi irritante ad un po’ di follia, che poi era l’aspetto per cui ogni tanto gradivo la sua compagnia .
“ hai lezione oggi ?” chiesi più per cortesia che per interesse.
“ si dalle cinque alle sette, poi devo correggere un po’ di cose , poi magari possiamo andare al cine se ti va “. Parlava mentre si scostava i capelli nerissimi dalla fronte ampia, bianchissima.
“ non mi va, non mi piace andare al cinema e poi stasera volevo andare a letto presto , sono stati giorni un po’ particolari” era un eufemismo per dire che temevo che la follia si fosse impadronita della mia vita
“ mi sembra il minimo che tu possa dire, sei sparito per tre giorni “ sbottò “ a volte non ti capisco. Non pretendo di fare la vita dei fidanzati perfetti, però potresti farti sentire un po’ più spesso, o perlomeno avvertirmi quando vuoi stare qualche giorno solo. Almeno mi organizzo“
Il suo top nero con inserti di pizzo, la sua gonnellina e le sue scarpine da bambolina mi urtavano. La sua acconciatura da ragazzina perbene, le manine sempre in ordine. Quelle mani bianche, pulite, sempre così perfettamente curate, con le unghie coperte solo di un velo di smalto trasparente mi davano sui nervi. Non per sembrare ripetitivo, ma lue mani erano proprio lo specchio del suo stile di vita. Tutto doveva essere perfetto, curato nei minimi dettagli. Una pellicina sporgente al lato delle dita sarebbe stata una cosa insopportabile per lei. Come una cena a sorpresa, come una notte da trascorrere all’aperto senza troppi programmi. Le sue mani erano la rappresentazione fisica del suo carattere. Le mani di Mar****.
Dietro di lei il mondo passava più lentamente adesso, sfuocato, misto ad odori di odori di strane erbe bruciate. Colori di tessuti antichi, polverosi e ruvidi.
“ hey ci sei ???” irritata Mar**** interruppe il mio viaggio mentale.
“ si si scusa, ti ho detto, sono giorni un po’ particolari.”
Cercavo di scusarmi di una cosa della quale in fondo provavo piacere, e cioè farla irritare come mi irritava lei quando mi interrompeva o quando mi guardava in silenzio mentre facevamo l’amore come se stesse giudicando come lo facevo o stesse pensando a qualche funzione matematica non risolta.
Forse esagerai nel mio silenzio forzato , tanto è vero che prese le sue cose, dette un ultima forchettata alla fritta di zucchini e formaggio e se ne andò.
“ chiamami quando hai voglia di vedermi e quando sei tornato sulla terra. Sono stanca delle tue assenze ingiustificate. Ciao. “ un ciao lungo lungo, ironico, ma anche indispettito.
Vaffanculo, pensai. Te le taglierei quelle mani, Mar****.

L’afa di quel luglio non dava tregua nemmeno di notte. Ero nudo, con le lenzuola appiccicate alla pelle tanto da desiderare di essere in una di quelle notti fredde di febbraio, così fredde che ti senti più vicino alla morte che alla vita. Non riuscivo a togliermi dalla testa gli eventi degli ultimi giorni. Giorni molto strani, forse nemmeno reali, forse immaginati. Non poteva darsi che stessi ancora dormendo e che avessi sognato tutto ?
Molto più probabile che stessi sognando dal giorno traumatico della mia nascita; ma forse questo vale per tutti, stiamo tutti vivendo qualcosa di irreale , così irreale che sembra vero.
Le sofferenze, la gioia sempre effimera, le persone che passano e attraversano la tua vita, lasciando scie di profumi e di colori, sono tutte irreali. Il sogno, quello che noi chiamiamo sogno, quella potrebbe essere la realtà. Il mondo esiste solo in quei momenti in cui il cervello si libera in voli infiniti . Cose dette e ridette. Risapute . Cose che sono molto probabilmente speranze che ci aiutano ad affrontare una vita spesso piena di delusioni e di cocenti sconfitte. Di aspettative disattese, di persone che si rivelano malvagie, di momenti felici sempre troppo brevi per poterli assaporare. Le lenzuola umide e madide di sudore erano la sola cosa reale di questo mondo. L’alcool, la vita sregolata, le amicizie pericolose per me erano la causa di quei giorni così strani. Nonostante fossi convinto di essere arrivato ad un bivio e di dover cambiare vita sapevo benissimo che gli ultimi avvenimenti non dipendevano da quello ma non volevo che il terrore si impadronisse di me. Cercai di pensare a qualcos’altro per provare a prendere sonno.
Quando ero bambino e non riuscivo a dormire mi immaginavo di percorrere una strada di campagna che facevo sempre in bicicletta. Immaginavo le prime due curve tra i campi di girasole, la discesa sterrata, il lungo rettilineo che costeggiava il ruscello, la curva con il ponticino di legno, il grosso olmo che faceva ombra alla fonte. L’avevo fatta così tante volte che avrei potuto descrivere ogni angolo di quel tragitto. Di solito non arrivavo alla fonte che già dormivo.
E così feci quella notte.
Immaginai il percorso ricordando le prime curve tra i campi di girasole, la discesa sterrata. Un silenzioso sorriso mi si stampò sulle labbra immaginando luoghi così piacevoli e familiari. Ecco il lungo rettilineo ed ecco là, a poche centinaia di metri il ponticino di legno.
Poi uno scossone…
Un brivido lungo la schiena, i capelli che si rizzano le orecchie che si fanno vigili a cogliere ogni minimo suono. La pelle che si paralizza e le mascelle che si serrano. Il gioco che avevo ripetuto mille volte per addormentarmi, il trucco per ingannare l’insonnia questa volta mi aveva riservato una inquietante nuova versione.
Sul ponticino di legno, quello dopo il lungo rettilineo, dopo la discesa sterrata , dopo le curve tra i campi di girasole, sul ponte di legno c’era un uomo, fermo.
Un uomo alto come me, con i capelli come i miei, con la mia postura. Su quel ponticino di legno, in quella campagna dei ricordi di bambino, ero io, immobile che mi guardavo arrivare in bicicletta.

3. FOLLE DANZA SUL FONDALE MARINO ( STORIA ALTRUI )

sirene

“ capito ? cioè hai capito cosa mi ha detto ? e secondo te io dovrei continuare ad accettare una situazione del genere ? no, caro mio, non lo sopporto più e allora gli ho detto , guarda io stasera esco e non cercare di fare le facce sdolcinate perchè tanto stasera non attacca, stasera esco , bevo e se mi gira male non torno nemmeno a dormire. Sbaglio ?” Cat***** era una palla incredibile, tutte le volte che la vedevo cercavo di nascondermi tra la gente per non sorbirmi le tragedie familiarsentimentali che mi propinava a mitragliatrice. Quella sera mi aveva beccato in pieno al banco del bar e non avevo potuto scansarla.
“ ma mi ascolti ? “ chiese infastidita con quel suo ciuffo odioso color rame
“ si si,.. hai ragione ma ha anche ragione lui “ il trucco era non sbilanciarsi troppo, lei non ci capiva più nulla ,si scoraggiava e cercava qualcun altro da torturare.
Era decisamente la serata delle persone sgradevoli, e il numero uno degli sgradevoli si faceva largo tra le persone dentro al bar.
“ uuuh guarda lui, ma che fine hai fatto, pensavo ti fossi suicidato , il che sarebbe stato un bene per il mondo” furono le sue prime, insopportabili, squillanti parole che uscirono da quella fogna di bocca. Il Santo , il suo cognome era tipo san qualcosa. Ma di santo aveva ben poco. Anzi niente.
“ domenica mattina ti ho visto di corsa alla stazione , ti ho chiamato e hai fatto finta di non vedermi, guarda furbino che se pensi di fare il prezioso con me sbagli di grosso”.
Rideva e urlava, rideva e urlava. Arrogante, invadente, unto. Sporco.
“ non ero io, domenica mattina dormivo ” dissi cercando di allontanarmi da lui e di troncare sul nascere la discussione.
“ si forse dormivi in piedi, quello che ho visto eri proprio te , principino” rideva e sghignazzava con quella sua faccia grassa e mal rasata che proprio non sopportavo.
“ ti ho detto che dormivo, ho dormito un sacco in questi giorni “ mi stava irritando il suo tono arrogante e prepotente. E soprattutto quella sua risata. Più cercavo di interrompere la disputa più lui si avvicinava con la sua pancia e con la sua faccia unta alla mia.
“ senti non sono ancora ubriaco e non ho voglia di discutere. So mantenere i segreti e se per qualche motivo devo far finta di non averti visto facciamo che non ti ho visto, ma non venirmi a dire che non eri te, perchè ti sono passato accanto da due metri, ti ho salutato e tu ti sei girato dall’ altra parte. ” si era fatto serio e quasi minaccioso, ma non mi faceva paura, ma rabbia, quella si. Una rabbia omicida.
“ vaffanculo” sbottai “ non ero io e se fossi stato io forse ho fatto bene a non salutarti”
Il Santo sparì tra le teste lasciandomi con il bicchiere in mano, e Cat***** che mi guardava sorpresa e basita, con il ciuffo rame che non stava per niente bene con la bibita verdastra e con quella maglietta rosa pallido.
“ ma allora eri te o no ? “ mi fece lei curiosa.
“ non ti ci mettere anche te. Ero a casa a dormire, fatela finita con questa storia ! “
“ ehi non ti infiammare, era solo una domanda. Certo che sei strano te eh.” Girò il culo e se ne andò. Una fortuna.
Avrei voluto dirle che mi faceva schifo, ma ebbi pietà.
Mi avevano fatto innervosire lei e il ciccione ma ormai ero già alla terza bevuta e niente aveva più importanza ormai.
Non importava se domenica mattina avevo camminato come un sonnambulo fino alla stazione, non era importante se forse ero morto sotto un treno e che quello che gironzolava per il bar era il mio fantasma, quello che era importante era che ero riuscito anche quel mercoledi sera a stordirmi per non pensare al nulla che mi circondava. Il nulla del nulla. Piatto toale come un disco di metallo, come un pomeriggio di novembre seduto su uno scalino di una chiesa. Era come al solito l’inizio di una sbronza che sarebbe rimasta fine a se stessa.
Il messaggio che mi arrivò poco dopo sul cellulare mi avrebbe in un attimo fatto passare l’inizio di corsa alcolica che mi accingevo a cavalcare, messaggio che era la terza ed ultima sorpresa di quella giornata che non aveva niente di normale e che non mi piaceva per niente.
Una giornata che stava diventando di un blu troppo scuro per i miei gusti. Le teste della gente iniziarono a diventare alghe fluttuanti di un fondale marino e che ondeggiavano al passare delle onde qualche centinaio di metri sopra di noi. Alghe, pesci , meduse fosforescenti, questo era diventato quel posto , il bancone del bar era uno scoglio enorme cosparso di conchiglie colorate che mi invitavano a godere delle sue sfumature. Mi lasciai abbandonare verso quei colori, mentre lontano gruppi di sirene nuotavano verso fondali profondissimi e inesplorati. Mi muovevo come se fossi dentro uno scafandro, con passi pesanti e lentissimi. Le sirene nuotavano intorno a me in una danza che sembrava essere di invito ma poi all’improvviso si allontanavano e sparivano nel blu profondo del mare. Poi all’improvviso potevo scorgere nuovamente le lore code argento brillare intorno a me mentre le alghe si muovevano all’unisono seguendo la corrente marina.
Tutto questo accadeva quel mercoledi sera, li in quel luogo, accadeva a me e me solo.
Poi arrivò il messaggio e tutta la magia del mondo sottomarino svanì in un attimo. Di colpo riaffiorai in superficie bruscamente. Bagnato. Infreddolito.
Il messaggio di per sé non era niente di che ma, unito alle parole di poco prima del Santo, misero in serio dubbio il mio equilibrio mentale. Tasto destro, tasto centrale ed ecco il messaggio apparire sul display
“Gentile cliente, siamo lieti di annunciare che grazie ai punti raccolti con il volo IB3669 e IB112 di martedì 7 luglio , il suo score attuale è di 3569 punti. La ringraziamo per aver volato con Iberia e le ricordiamo che per ulteriori informazioni può contattare il nostro numero verde. “
Fermi tutti. Ne erano capitate di cose strane da qualche ora ma questa proprio non la capivo.
Abbassa la musica, ferma le spine di birra, tira giù il bandone e parliamo di questa cosa. Per essere uno scherzo è troppo elaborato, per essere verità è troppo assurdo.
Devo essere sincero fui preso dal panico perché non riuscivo a capire cosa stesse accadendo. Iniziai a sudare oltre quello giustificabile dalla temperatura estiva. Quello che il mondo stava per dirmi era che io in quei tre giorni non ero stato nel letto di casa mia a dormire profondamente ma che mi ero fatto un viaggio con una compagnia aerea spagnola che adesso mi ringraziava per aver volato con loro. Ma questo era impossibile perché io non mi ero mosso dal mio letto. Inoltre il Santo mi aveva visto quella domenica mattina alla stazione. Le cose stavano diventando pesanti ed io non potevo sopportare oltre.
Era troppo per una giornata sola. Uscii dal locale e mi sedetti sugli scalini della chiesa. Un miliardo e mezzo di pensieri mi affollavano il cervello, le sirene che poco prima nuotavano nel mare erano diventati scheletri putrefatti , carcasse di delfini mangiate da miliardi di mosche sulla battigia di una spiaggia di febbraio. E poi il sudore che mi tormentava la schiena si divertiva a disegnare forme cicliche sulla mia spina dorsale. Stavo succedendo che il cervello , il mio cervello, era andato a puttane. Si era arreso difronte ad innumerevoli notti passate a rincorrere la luce fioca delle galassie più lontane. Accanto a me , pochi metri più in là, un tossico era perso nella sua disperazione e nell’ imbuto della sua schiavitù chimica, ma chi era più disperato tra i due non avrei saputo dirlo. Dovevo dare una svolta alla mia vita, mettere la testa a posto, quelli era segnali inequivocabili che ero arrivato al capolinea.

2. TOAST ( STORIA ALTRUI )

toast

Ant**** era sulla porta e accennò un sorriso quando mi vide arrivare
“che mi puoi fare di caldo e veloce ? “ preannunciai mentre arrivavo.
Il pomeriggio era quasi sempre il turno di Ant****.
Un po’ scorbutico ma tranquillo, molto meno schizzato degli altri. Certo non la persona adatta per una conversazione. Ma in fondo non avevo voglia di parlare e quindi andava benissimo cosi. Ant**** veniva dall’ Honduras e solo Dio sa come fosse capitato li con quel suo accento latino che rendeva ridicole le poche parole che diceva. Mi allungò il solito menu plastificato che ormai conoscevo a memoria facendomi capire che se volevo magiare li , il convento passava quello. Un toast andava benissimo, mi sarei rifatto per cena.
Un toast e una birra. Aspettai.
E mentre ero seduto al caldo di quel pomeriggio la seconda sorpresa della giornata mi colpì come può colpire una gomitata al naso durante una rissa per futili motivi nei sotterranei musicali del Rockcafè. Forse per lo strano risveglio , forse per la fame che mi faceva camminare svelto senza fare caso a quello che mi capitava intorno, non mi ero accorto del taglio che avevo sull’ avambraccio sinistro. Un taglio lungo circa quindici centimetri e che andava dall’interno del polso a metà avambraccio quasi fino all’incavo del braccio sinistro.
Un taglio molto superficiale, un graffio direi. Non un graffio causato da un unghia ma da qualcosa di tagliente , forse un chiodo o una scheggia di legno. Fui sorpreso perché non riuscivo a ricordare che cosa potesse essere successo. Sicuramente me lo ero procurato il sabato notte precedente. Forse ero caduto o forse mi era sgraffiato scivolando da qualche parte.
Tuttavia era un 8 luglio un po’ troppo carico di sorprese per i miei gusti.
Forse avrei dovuto condurre una vita più regolare, forse era arrivato il momento di ridurre certi eccessi perché quelli erano evidenti segnali di cedimento da parte del cervello. Ma fu la terza sorpresa che sconvolse definitivamente quel mercoledì afoso di luglio.

C’è un sentiero che si addentra nei campi, c’è un ponticello di legno immerso nel verde. C’è una strada che conduce al bosco. Credi di aver visto tutto, non è vero ? credi di conoscere te stesso e nella tua penosa arroganza non ti rendi conto che non sai niente. Ti limiti ad osservare le cose solo per il suo aspetto esteriore ma non sei mai riuscito a penetrarle completamente. Ecco questa è la tua occasione di redenzione, caro amico, questa è la volta che imboccherai la strada verso il bosco senza poter tornare indietro quando la vegetazione si fa troppo fitta e il buio prende il sopravvento ; è arrivato il momento di arrivare alla fine della strada. Oh, caro amico, non osare voltare le spalle al tuo destino,non sfidare volontà più forti delle tua perché la strada che conduce alla risposta questa volta va percorsa tutta. La colazione è più buona per chi sa aspettare.

Ant**** arrivò con il toast e la birra. Ero affamato, addentai il toast e lo finii in pochi morsi. Lo stesso per la birra, qualche sorso e vidi il fondo spesso del bicchiere. Intanto Ant**** si era seduto accanto a me sugli sgabelli e si dondolava guardando la gente passare.
Non so quale notizia alla tv gli aveva messo in bocca argomenti per me del tutto senza interesse in quel momento. Parlava e si dondolava sullo sgabello mentre si massaggiava la barba.
“mi sa che queste sono le ultime che ti servo, caro. A fine estate torno a a casa.
Lo guardai mentre mi pulivo la maglia dalle briciole di pane , sorpreso e incuriosito.
Sebbene non avessi molta voglia di fare domande mi venne la curiosità di sapere che programmi avesse in mente ; magari avrei potuto prendere qualche interessante spunto per la mia vita persa in balia del caso. Continuò senza che gli chiedessi niente.
“ la mia esperienza qui in It**** ha fatto il suo tempo. Quello che ho combinato qui non ha certo soddisfatto le mie aspettative, pensavo di fare tante cose e invece… e invece sono qui da quasi un anno a servire birre “
Rimase un attimo in silenzio con le dita affondate nella barba sotto la guancia strizzando gli occhi . poi si alzò , passò lo straccio sui tavolini.
“ torno a casa e metto su famiglia, vado a lavorare al chiosco dei miei e questo e quanto. La vita presenta il conto , ogni tanto, e devi avere i soldi per pagarlo. Non fa credito “ .
Io giocherellavo con la bustina del ketchup, apparentemente assente alla conversazione. In effetti sentivo quello che diceva ma non lo ascoltavo. Pensavo al signore che aveva riempito di ketchup la bustina. In effetti pensavo al signore che azionava la macchina che metteva il ketchup dentro la bustina. Chissà dov’era, in che parte del mondo si muoveva, cosa stava pensando in quel momento. Magari sognava di fare un altro lavoro ma il destino, la vita gli aveva assegnato quello. Pochi discorsi, dal destino non si sfugge, aveva ragione Ant****.
Siamo come pesci rossi dentro una palla di vetro, puoi girare quanto vuoi ma in fondo dalla palla non si scappa. Puoi avere il corallino rosso e la casina fatta di conchiglie, puoi avere un alga rinseccolita che ti fa arredamenyo.
Non cambia molto. Siamo tutti li dentro. La fine del nostro universo coincide con il vetro della palla. Fine della storia.
“ sia chiaro “ riattaccò all’improvviso “ mi sono divertito un sacco, ho conosciuto tante persone belle e brutte e tutto il resto. Ma adesso sto iniziando a vedere le cose da un altro punto di vista. L’ultimo bicchiere è sempre di troppo e la musica è sempre troppo alta. Forse sto invecchiando , e mi sto accorgendo di aver perso un sacco di tempo “
Ero stato in religioso silenzio fino a quel punto, avevo ascoltato la sua predica da uomo finalmente maturo che abbraccia le proprie responsabilità e decide di continuare la prestigiosa tradizione di vendita gazzose nel chiosco del padre.
“ si , Ant****, tutto vero. Ma scusa chi lo dice che stiamo perdendo tempo ? E’ così necessariamente inevitabile usare e abusare fino all’ultimo centesimo del tempo che abbiamo ? O forse a volte è molto più naturale e semplice abbandonarsi e lasciarsi trasportare dagli eventi ? Guarda bello che sia che tu prenda la strada lunga o quella corta , in entrambi i casi, l’arrivo è sempre lì, nessuno lo sposta per farti un piacere. Almeno così la penso. E sicuramente mi sbaglio. Ora portami un’altra birra per favore che queste salse sono salate da fare schifo. “
Ant**** tornò dentro, continuando a massaggiarsi la barba, e con lo straccio ficcato nella tasca posteriore dei jeans, due taglie sopra la sua.
Chissà dove mi ero fatto quel graffio sul braccio. Qualcosa stava tornando su dalle profondità della memoria ma non mi sembrava che il sabato notte fosse successo qualcosa per giustificare quel graffio , superficiale, ma lungo. E poi c’era quell’insopportabile odore di aria condizionata , tipo quella che si sente negli aerei, chissà da dove diavolo veniva.
Forse dovevo smettere di distruggermi durante i fine settimana. Insomma non ero più un ragazzino e il cervello mi stava andando in bambola. Forse avrei potuto andare in Honduras con Ant**** e rilevare la gestione del chiosco. Da Ant**** e L** .
Suonava male. Che assurdità.
Adesso ero io a dondolarmi sul panchetto, osservando la gente passare davanti a me.
Le finestre dei palazzi davanti si erano incendiate, con il calar del sole. Arancio vivo. Ombre e riflessi giocavano tra il vetro e i miei occhi mentre la gente, imperturbabile, continuava a passarmi davanti senza sosta, e senza meta. Lo sgabello dondolava, la gente passava davanti a me e questo pazzo mondo continuava a ruotare inesorabilmente.
Di nuovo in casa . Il caldo torrido della giornata stava iniziando a dare tregua e lasciare il posto ad una brezza , tiepida, ma piacevole.
Avevo ricevuto un paio di inviti ma adesso ero completamente rincoglionito dai tre giorni a letto che ancora mi sembravano assurdi. In realtà ero piuttosto stanco, ma pensai che era dovuto al fatto che avevo dormito così tanto che forse il mio corpo e il mio cervello volevano continuare a dormire. Un po’ di tonno, fagioli due crackers, acqua , naturale. Che diavolo di cena.
In quel momento in milioni di case nel mondo babbo mamma due figli forse un cane stavano con le gambe sotto un tavolo ed una cena decente nel piatto, una buona dose di tv poi bambini a letto giratina al cane, un paio di volte al mese un po’ di sesso.
E’ forse quella la vera follia ? o la mia ? Una cena consumata sullo scalino di marmo che dava sul terrazzino dal quale potevo vedere il viale alberato difronte casa. Qualche passante con il cane, una coppia su un motorino. Dei bambini che giocavano ai giardini e dei quali sentivo le grida.
Era un periodo sicuramente particolare della mia vita.
In effetti non aveva senso quello che stavo facendo. Voglio dire, non avevo un obiettivo, non avevo niente per cui lottare, niente per cui svegliarmi , veramente, la mattina. Forse per questo l’unico mio scopo era quello di tirar tardi la notte, bere e dimenticare. Il fatto è che non avevo niente da dimenticare, non avevo niente tanto che mi ero dimenticato della cosa più naturale possibile, ossia svegliarmi. Ripensai a quel lungo sonno mentre la vicina, sul terrazzo accanto toglieva i panni.
Ma avevo veramente dormito così tanto ? Iniziai ad aver paura, a temere di stare impazzendo. Di certo stare in casa a pensare a certe cose mi faceva male. Era meglio uscire, magari una birra mi avrebbe aiutato, e poi ogni scusa era buona per non stare in quel forno di stanza. La vicina con l’ultimo paio di mutande in una mano , e le mollette nell’altra si voltò per accennarmi un saluto, con il suo sguardo ormai sconfitto dalla vita e poi sparì dietro le persiane. Verdi, per l’esattezza.

1. UNO STRANO RISVEGLIO ( STORIA ALTRUI )

unostranorisveglio

L’orologio segnava le quattro. Le quattro e ventisei. Nel buio della stanza la fluorescina eccitata delle lancette era come scintille di fuochi fatui nell’oscurità più totale. Adesso dovevo capire se fossero le quattro e ventisei del mattino o del pomeriggio.
Più probabile sicuramente la prima ipotesi ; non era possibile che fosse pomeriggio, sebbene avessi la netta sensazione di aver dormito molto, moltissimo. Molto di più dei miei normali standard. E mentre cercavo di capire che momento del giorno o della notte fosse, la mia mente iniziò ad elaborare immagini del mio recente trascorso.
Un onda cerebrale colorata mi attraversò i pensieri, si trasformò in un uno spettro di colori per poi tornare ad essere un’onda, adesso monocromatica, come i laser che accompagnano ritmi tribali si alcune discoteche .
Era stata una serata pesante, piena di nuove conoscenze, di chimica, di liquidi.
Una serata pesante soprattutto per il fatto che non riuscivo a ricordare assolutamente a che ora fossi uscito dal locale, il mio tragitto verso casa, il momento in cui ero entrato nel letto.
Sebbene mi sforzassi di farlo, la mia mente , sicuramente alterata da quello che avevo bevuto e dalla stanchezza, aveva rimosso una parte della giornata per poi riaccendersi adesso, alle quattro e ventisei di quel mattino, o di quel pomeriggio. Dovevo alzarmi, e la cosa non era per niente semplice. Sentivo le ossa rotte, come quando da piccolo, nelle fredde giornate d’inverno quando rimanevo a casa da scuola per un attacco di febbre, e dopo due giorni di letto e pigiama , mamma mi faceva finalmente alzare e sentivi la sensazione di ricominciare a camminare dopo un secolo. Mi faceva male la schiena tanto che lo sforzo di piegarla per alzarsi avrebbe potuto romperla. Ero in piedi, fermo nel buio.

Se solo tu potessi per un momento immaginare quello che io invece ho visto. Se solo tu potessi godere dei luoghi in cui ho camminato, immerso nel sole fin quasi ad accecarmi. Seduto su una panchina a poche centinaia di metri dall’ oceano con colori, suoni e profumi. Seduto ad osservare la gente passare davanti a me. Seduto senza guardare, lasciando che la mia anima fosse attraversata da quel luogo, come una porta spalancata senza difese. Attraversato senza paure assorbendo solo le cose buone. Se solo tu potessi per un attimo sentire la meravigliosa sensazione di sentire il tuo corpo penetrato dal resto del mondo, a cuore aperto, con le costole divaricate , con lo sterno esploso ed i polmoni fuori posto, con il sangue che cola a fiumi sulle gambe e che subito si secca in grosse chiazze scure sulle mattonelle rosa di quel marciapiede. Se tu potessi per un solo secondo capire l’unicità di poter richiudere le membra divelte, come se un respiro più forte del solito le avesse fatte schizzare fuori. Ti aspetto su quella panchina, non ho fretta, ti aspetto, sai benissimo che un giorno ci ritroveremo li.

Ancora in piedi, fermo nel buio. Poi quasi per magia , con un movimento d’inerzia i piedi iniziarono a muoversi da soli.
Pochi passi dopo ero già in cucina, immersa nel sole di quel luglio torrido, seduto al tavolo in attesa del caffè che mi avrebbe in parte riportato sulla terra, tra gli umani. Lo sguardo perso tra le tende e il vaso rosso che qualcuno mi aveva regalato un milione di anni fa.
L’unico movimento vitale in quella stanza , oltre al fuoco che scaldava l’acqua del caffè , era l’intermittente lampeggiare del cellulare che mi avvisava che c’era un messaggio. Mi allungai per afferrare il telefono.Di messaggi ce n’erano cinque. Tutti mi chiedevano che fine avessi fatto, se ero vivo, di chiamare.
E’ incredibile e insopportabile allo stesso tempo di come la gente riesca ad essere invadente ed inopportuna persino quando un cristiano si gode il suo meritato riposo, benché lunghissimo.
La tv accompagnò il rito del caffè . Le solite notizie. Attentati in Afghanistan, rapina con un paio di morti, noiosa politica, le previsioni del tempo per mercoledì 8 luglio. Mercoledì 8 luglio. Mercoledì.
Un attimo.
Non poteva essere mercoledì. Ci doveva essere qualcosa di sbagliato nella grafica delle previsioni meteo, perché oggi era domenica , non mercoledì. Doveva essere domenica.
Mi venne quasi da ridere pensando a quella che sembrava una cosa molto bizzarra , ma il sorriso mi si spense subito quando , cambiato canale, sullo schermo in basso a sinistra apparve l’ora ; segnava le cinque di pomeriggio di mercoledì 8 luglio.
Non era possibile, non era possibile che avessi dormito per più di tre giorni. Accesi la radio , controllai sul cellulare , aprii completamente la finestra come se guardare fuori da quella mi potesse alleviare il terrore e lo sgomento che mi stava attraversando. Era mercoledì, era mercoledì 8 luglio ed erano le cinque del pomeriggio. Corsi in bagno, e gettai la mia immagine nello specchio e provai sollievo nel vedere la mia faccia riflessa, non avevo nemmeno un aspetto terribile, anzi… beh certo ero riposato. Ero andato a letto più o meno all’ alba di domenica ed era il pomeriggio di mercoledì.
Che cosa era successo ? Forse ero svenuto, mi ero sentito male ? Tre giorni di sonno profondo possono essere paragonati al coma. Tirai fuori la lingua, sbarrai gli occhi , controllai le mani i piedi, la pancia. Avevo il terrore che in quei tre giorni di assenza dal mondo mi fosse successo qualcosa. Ma era tutto in regola. Mani e piedi al suo posto, la pancia sempre un po’ appesantita. Tutto regolare. Regolare. Regolare un cazzo , pensai. Io che al massimo mi svegliavo alle dieci, anche dopo notti all’insegna dello sconvolgimento totale, avevo dormito per tre giorni.
Tre lunghi giorni di sonno profondissimo, senza essere svegliato da un rumore, da un clacson, magari dal rumoroso gioco di un bambino, da un cane, da un maledetto messaggio. Ma come era possibile ?
La cosa mi stava facendo preoccupare non poco . E uscire nel caldo di quel pomeriggio per due passi non mi fece tranquillizzare per niente.
Ma la giornata avrebbe riservato sorprese ben più preoccupanti che non un semplice lunghissimo sonno.
Un’ora insolita per pranzare ma avevo una fame terribile, quindi mi misi a cercare un posto per mettere sotto i denti qualcosa che non fosse un panino. La mia città non è un luogo facile. A prima vista il turismo, le opere d’arte , la bellezza la fanno sembrare accogliente e piacevole. Ma non è così. Gli spigoli acuti dei palazzi, il cupo colore della pietra serena, la penombra di alcuni vicoli, le porticine che portano a bui scantinati vecchi di centinaia di anni rivelano la vera anima di questa città. Difficile da comprendere, restia a farsi accettare, talvolta cattiva. Tipografie, edicole, bancarelle di verdura e di t shirt assurde erano solo tappe verso il pub frequentato da una vita, una seconda casa, un luogo del quale dovrei aver avuto una menzione speciale quale benefattore per la quantità di denaro versato nelle alcoliche casse. A dire il vero non usavo bere molto, ma le mie giornate libere trascorrevano spesso seduto ai tavolini di legno e ghisa disposti in un piccolo gazebo su un lato della piazza. A volte sedevo li per ore ad osservare i turisti passare affamati di fotografie, avidi di collezionare immagini da poter portare a casa e poter poi dire “io ci sono stato” senza nemmeno magari sapere dove sei stato, pezzo di cretino. Potevi vedere passare il mondo da li. Sul quel lastricato c’era passata tanta umanità e ancora ce ne doveva passare molta. Sedevo li e il tempo scorreva lento, mentre il marmo verde diventava rosa con l’abbassarsi del sole.
Sedevo e la mia vita trascorreva inesorabilmente senza senso. Il mio vero lavoro, oltre che consulente per una compagnia di verifica standard alberghieri ( ma che voleva dire poi ), era quello di osservare il mondo passare di li. Che cosa strana la razza umana, pensavo. Qualcuno l’ha paragonata ad un virus che distrugge e non produce. Che si muove in gruppi , emettendo strani versi, mettendo in bocca le cose più assurde , e che entra ed esce da scatoline di cemento. Il concetto di gente è repellente. La gente nel suo insieme è odiosa, malevola, stupida, diabolica. Penso che l’individuo di per se meriti grande rispetto. Ma la gente, la gente ti fa venir pensieri di sterminio a base di gas velenosi. Quegli odiosi sciami in fila che aspettano il suo turno per uno stupido cono alla vaniglia o un hamburger con salse al plutonio. Quegli sciami andrebbero eliminati con il ddt di Dio. Pensieri strani si muovevano tra il mio pancreas ed i reni mentre raggiungevo il pub. Pensieri strani perche benché fosse pomeriggio inoltrato per il mio bioritmo era la mattina dopo un lunghissimo, incomprensibile sonno.

prologo

FERRO 13 ( 2004 )

ferro13

E’ evidente che non abbiamo più niente da dirci. In una società in overdose di social network intasati da argomenti inutili e discussioni superficiali, è naturale che quando incontriamo fisicamente una persona le nostre parole sono disintegrate dalle barriere fisiche che opponiamo. Provate a sedervi al tavolino di un bar ed ascoltare le conversazioni delle persone sedute accanto a voi davanti ad un caffè. Il niente. Soldi, il tempo, vestiti, cellulari. Il niente. Mi taccierete di superbia. Non è così. Il niente avvolge anche la vita di chi sta scrivendo. Solo ne sono consapevole. Allora non è forse meglio un puro, pulito, salutare silenzio ? Non è forse meglio risparmiare sillabe e parole per momenti più adeguati e sostituire ai suoni delle corde vocali un divino nulla sonoro ? Andate in un bosco, camminate fin quando le gambe non ce la fanno più, sedetevi in terra e godetevi il silenzio più puro. La vostra anima vi ringrazierà. Il vostro cuore ne sarà purificato e la mente si libererà dai veleni della vita. Tae Suk e Sun Hwa hanno deciso di avere una relazione pura, un aggancio cosmico di silenzio , per un rapporto che può davvero essere pulito perchè non sporcato da soverchie, pregiudizi, equivoci, errori di lingua, offese mancate, lame di saliva. Le case nelle quali entrano sono vuote, glabre da inquinamento umano e il loro rispetto per gli spazi altrui hanno lo stesso valore dei loro silenzi. Evitano di violentare sia lo spazio fisico che quello mentale. L’unica violenza, l’unico sprazzo di umanità sono le palline da golf sparate disperatamente contro colui che , si, fa della violenza fisica la sua ragione di vita. Quei lividi, quelle ferite sono le stesse che provocano parole senza senso, offese mal distribuite, equivoci di articoli che ogni giorno dobbiamo subire senza esserene colpevoli, senza processo, senza accusa. L’insegnamento che Kim Ki Duk ci racconta è che concentrarsi sugli oggetti prendendosi cura di essi, aggiustare ciò che è rotto, curare ciò che è malato ed entrare nel suo essere più profondo può rendere la nostra vita migliore, avere un contatto reale con le persone, che non è più diretto ad un interesse o ad un ritorno materiale,  può aiutarci a capire a cosa diavolo serve alzarsi la mattina ed affrontare il mondo. Mangiare, dormire , riprodursi. Ci deve essere altro. Qualcosa di più alto. Come una pallina da golf scagliata con forza da un ferro numero tredici.

IL-GIUSTO-RIFUGIO
tetemobb

MELANCHOLIA ( 2011 )

melancholia

Empedocle affermava che la vera perfezione è l’imperfezione. Se il mondo non fosse perfetto non sarebbe migliorabile e quindi avrebbe la pecca di essere finito nella sua perfezione. In parole povere ciò che è denominato perfetto non ha la possibilità di migliorarsi e quindi non è più perfetto. Al contrario l’imperfezione è migliorabile e quindi di per se stessa perfetta.  Justine e Claire hanno in apparenza vite perfette, un bellissimo matrimonio, una vita agiata , una splendida villa, un campo da golf con diciotto buche. La loro vita è perfetta. E proprio per questa destinata a crollare su se stessa. Non gode dell’assioma del miglioramento in alto ma del peggioramento in basso. Justine e Claire hanno grandi, enormi pesi di piombo che gravano sulle loro anime. Una pellicola di dolore che offusca i loro sguardi pieni di vita e di gioia. In tutto questo Melancholia si avvicina. Sempre di più. Tanto che il cerchietto appoggiato sul petto non la contiene più, la sua circonferenza trabocca da quel cerchietto artigianale, vomita fuori i suoi confini come vomitato è l’odio sulla misera terra dalle due donne. Anche Ophelia si mescola in questa tragica storia. Ophelia che raccoglie fiori e cade nel ruscello non opponendo resistenza e andando incontro alla morte è citata nella scena in cui Justine si abbandona , completamente nuda, sulla riva del ruscello. Il suo donarsi totalmente alla propria pazzia è facilmente riscontrabile nella vita di ogni giorno. Arriva un momento nel quale ci arrendiamo e per un attimo o per tutta la vita ci lasciamo trasportare dagli eventi. Lasciamo che la circonferenza di Melancholia esuberi esageratamente il cerchietto che abbiamo appoggiato sul petto e attraverso il quale osserviamo il mondo. Allora dentro di noi diciamo basta, ci spogliamo e ci abbandoniamo alla fredda pietra e alle gelide acque del ruscello della nostra anima. Lasciando che gli eventi facciano il resto. In fondo il freddo pianeta azzurro si avvicina ogni giorno di più per tutti noi. Si prende gioco di noi, facendo finta per qualche ora di allontanarsi per poi tornare più vicino che mai, interferendo con la sua massa con le nostre vite, con i nostri pensieri, con le nostre buone intenzioni. Justine e Claire sono aspetti terribili della nostra anima , della nostra coscienza. Non serve a niente nascondersi , nè fuggire nel bosco con i cavalli. Inutile. Meglio lasciarsi scivolare nelle fredde acque di un torrente e lasciarsi trasportare dall’inesorabile caso degli eventi.

 

LO SPECCHIETTO CHE GIUDICA

specchio

Non c’è mai un momento giusto. Non c’è mai il momento giusto. Arriva da sè, senza fare rumore, senza avvertimenti, senza frasi di rito. Arriva senza presentarsi ma tu sai benissimo di chi si tratta. Può arrivare in un tiepido mattino di primavera o in una cupa sera di novembre, quando il grigio ed il porpora tingono il cielo, le nuvole e ancora più su. Può arrivare e sedersi accanto a te senza che tu nemmeno te ne renda conto. Arriva e basta. Si siede sulla tua poltrona preferita, incrocia le gambe e comincia a fissarti con uno sguardo così profondo che ti sembra di essere inghiottito dalla materia nera degli spazi siderali. Allora, solo allora, sai che è il momento di sederti accanto a lui ed iniziare a fare i conti. Ci vuole coraggio. Ci vuole molto coraggio. Ci vuole tanto coraggio per aprire le porte dell’inferno della propria coscienza e darci una sbirciatina dentro. Farsi ustionare il volto e le mani dalle fiamme del proprio peccato ed uscirne vivo e purificato. La dannazione purifica, la beatitudine addormenta. Ed il coraggio, cari miei, non è quello che spingeva i feroci guerrieri dell’antichità a lanciarsi contro il ferro ed il fuoco delle orde nemiche. Il coraggio non è quello che ti fa slatare nel vuoto, volare nello spazio, sfidare le forze naturali o i limiti del proprio corpo. Il vero coraggio è prendere in mano lo specchietto appoggiato sulla mensola in bagno, quello tondo placcato oro, e guardarsi bene dentro. Lo specchietto che giudica. Aprire la botola sotto l’ombelico , scendere le scalette nel buio e nell’umidità, sentire l’acqua toccare il fondo dei pantaloni e nonostante tutto scendere ancora più giù, fino all’ultima rampa di scale, quando l’acqua e l’umidità lasciano il posto al fumo e ai bagliori delle fiamme dell’inferno. Quando le gambe tremano per paura di quello che vedrai e che non vorresti vedere. Quello è il vero coraggio. Un’azione da eroi. E mentre la mano che sostiene lo specchio trema, mentre lo sguardo resta immobile dentro allo sguardo come se la Medusa ti avesse rivolto la sua attenzione, mentre il mondo si ferma , i suoni si placano e l’aria diventa rarefatta, allora inizia la purificazione. Un velo trasparente scende sul volto , lo copre, lo sovrasta, lo rende invisibile agli altri e visibile solo a se stessi, alla propria coscienza , al proprio credo, alla propria fede. Una fede diversa da quella che ci impongono. La fede dell’io, la fede nell’io. La fede nella speranza che il proprio io abbia la forza di essere più forte delle debolezze, della carne, del sublime desiderio del piacere. Una lotta atavica, eterna, che qualcuno ha identificato con il bene ed il male. Ma non è così. Il male non è che una sfaccettatura del bene, il vizio, la debolezza, le mancanze del proprio comportamento non sono che la parte oscura della stessa sfera. Complementare e compenetrante. Un tutt’uno. Uno e uno solo.  Risali le scalette, fino all’ultimo picolo in acciaio, chiudi la botola dietro le tue spalle e sii consapevole che le tue debolezze, la tua carne fanno parte del tuo essere. Sii sicuro che la prossima volta che farai un torto alla tua coscienza lo farai nella consapevolezza e non nell’ignoranza di un gesto fine a se stesso. Apri la porta del bagno, prendi in mano lo specchieto in legno placcato oro e guardati con una specie di sorriso. Quella piega della bocca ti farà capire che bene e male vivono in te e che non li puoi scindere. Questa è la nostra essenza e folle è colui che crede di vivere nel bene delle cose. Perchè un bene delle cose non esiste. Un campo di grano dorato può nascondere volute di odio.

POSSESSION ( 1981 )

possession

“..si si io non faccio che pensare che a lui ma l io che ho ha commesso un atto orribile è come una sorella che forse ho incontrato un giorno per la strada buongiorno cara sorella è come se ci fossero due sorelle in me la fede e il caso ecco è come se queste due sorelle fossero la fede e il caso  ecco la fede la mia fede non può escludere il caso ma il caso è come se queste due sorelle fossero la fede e il caso e il caso non può non può non può spiegare la fede ma la mia fede non mi permette di subire al caso ma il caso non mi ha dato fede a sufficienza da qualche parte ho letto che la vita pregata è una scena nella quale io mi impegno a giocare diversi ruoli per soddisfare il mio io però li gioco lo stesso io so io credo io sono ma allo stesso tempo io so che c’è una terza possibiliutà come il cancro o la pazzia ma il cancro e la pazzia deformano la realtà la possibilità alla quale io penso invece spalanca la realtà se solo riuscissi a dirlo bene forse è impossibile da dire io sono troppo troppo troppo stupida mi guardi come per dirmi tu mi guardi come per dirmi che ho bisogno di te per riempirmi come se fossi uno spazio vuoto anch’io ti amo ma quello che mi tiene in vita è sapere che lui sta per arrivare che lo farò soffrire che gli farò del male ho cercato di smettere con lui ma non sono abbastanza forte il fatto è che non posso esistere per me stessa perchè ho paura di me perchè io sono il motore del mio stesso male perchè perchè perchè il bello non è altro che una sorta di riflessione sul male non è altro che questo…”
Signori e signori la superba follia di Isabelle Adjani è servita. Squarciate le sue membra, nutritevi della sua linfa, dissetatevi del suo sangue, assaporate il sapore acre della sua pazzia. La verità risiede in questo monologo. La verità risiede nell’orrenda distorsione tra realtà e follia, tra caso e fede.